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venerdì 18 marzo 2011

Il Tuo Ateneo sta cambiando!

L’ondata privatizzatrice partita nel nostro paese a seguito dello scandalo «tangentopoli» nei primi anni novanta si abbatte ora sull’istruzione pubblica e il mondo universitario. Il ddl 1905 infatti conferma l’apertura, anticipata già dal plurimandatario rettore Fabiani per quanto riguarda Roma Tre, all’entrata delle fondazioni di diritto privato negli atenei pubblici. L’obiettivo che si vuole conseguire è quello di una progressiva distruzione dello Stato sociale in ogni sua forma, in perfetta linea con le politiche economiche che si stanno perseguendo a livello internazionale (FMI, WTO, BM).
L’istruzione universitaria subisce l’attuazione dei processi di privatizzazione a fronte del grave dissesto economico in cui versano molti atenei dello Stivale, a causa della continua riduzione dei finanziamenti statali ma anche della cattiva gestione da parte dei rettori. Evidenze di questo sono fornite da numerose indagini dell’Istat: il nostro paese negli ultimi tre anni ha diminuito i finanziamenti universitari del 10%, e per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca emerge una riduzione di oltre il 6%. Numerose sono anche le statistiche che confermano una conduzione irresponsabile degli atenei: l’indice di omonimia fra i docenti universitari in alcuni casi sfiora anche il 25%. Questo dato si affianca inoltre alla diffusa proliferazione di corsi di laurea e singole materie seguite da numeri esigui di studenti.
Il governo, con il ddl 1905 riguardante la riorganizzazione del sistema universitario, ha cercato di porre rimedio ai problemi che affliggono il mondo accademico prevedendo, fra le varie misure messe in atto, l’accesso di soggetti privati all’interno degli atenei. Si legge infatti all’articolo 2, riguardante gli organi e l’articolazione interna, che il consiglio di amministrazione sarà composto
«nel numero massimo di undici componenti, inclusi il rettore, componente di diritto, ed una rappresentanza elettiva degli studenti; designazione o scelta degli altri componenti secondo modalità previste dallo statuto, anche mediante avvisi pubblici, tra personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello; non appartenenza ai ruoli dell’ateneo, a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico, di un numero di consiglieri non inferiore a tre nel caso in cui il consiglio di amministrazione sia composto da undici membri e non inferiore a due nel caso in cui il consiglio di amministrazione sia composto da un numero di membri inferiore a undici; previsione che fra i membri non appartenenti al ruolo dell’ateneo non siano computati i rappresentanti degli studenti iscritti all’ateneo medesimo; previsione che il presidente del consiglio di amministrazione sia il rettore o uno dei predetti consiglieri esterni ai ruoli dell’ateneo, eletto dal consiglio stesso».
In sintesi si attua una parziale privatizzazione dei consigli di amministrazione, nella misura di almeno il 40%, a fronte di un aumento dei poteri dell’organo stesso.
Negli ultimi anni molte Università pubbliche hanno costituito, nella forma giuridica di fondazioni di diritto privato, proprie strutture di supporto all’attività di didattica e di ricerca. Fra queste, ovviamente, trova spazio anche l’Università degli studi di Roma Tre con le proposte di istituzione delle fondazioni Astre e Cestia che hanno già trovato una parziale esecuzione.
AstreL’Alta Scuola Roma Tre è, secondo quanto affermato nella proposta d’istituzione presentata al Senato accademico, «una scuola superiore universitaria: una scuola d’eccellenza che riunisce studenti selezionati e professori di reputazione internazionale nella ricerca e nell’insegnamento. Gli studenti di ASTRE sono studenti di Roma Tre (e anche di altre università, secondo una proporzione che verrà definita negli statuti) ai quali è richiesto di frequentare, oltre che i propri corsi normali, anche quelli di Astre».
Accanto agli organi di governo che sono composti quasi totalmente da professori ordinari di Roma Tre, trova inoltre spazio il comitato di indirizzo e garanzia, il quale «verifica che le attività della Scuola siano conformi agli obiettivi fissati ed esprime proposte per l’indirizzo nel prossimo futuro. Esprime valutazioni sulle prestazioni complessive della Scuola e delle persone che in essa operano. Nei casi rilevanti, opera come Consiglio di probiviri per le attività della Scuola. Il Presidente del Comitato è eletto tra i suoi componenti». È interessante notare come i suoi membri potranno essere scelti non solo fra personalità interne all’ateneo, bensì anche fra personalità «della cultura e della scienza, delle imprese, dell’amministrazione e delle professioni che assicurino pieni requisiti di competenza, di visione strategica e di autonomia di giudizio».
Il ponte tra la fondazione e aziende private si può realizzare in più forme: tra le altre, le imprese possono «contribuire al fondo di finanziamento ordinario di Astre, con una quota annuale per un determinato numero di anni; in questo caso le imprese hanno diritto ad avere un rappresentante nel Comitato di Indirizzo e garanzia della scuola. Il fatto di far parte del Comitato permette alle imprese di contribuire a indirizzare le scelte della Scuola».
Si tradisce in questo modo il requisito di autonomia precedentemente posto alla base della scelta di membri del comitato. Emergono inoltre forti dubbi, soprattutto nell’attuale momento di sottofinanziamento, sulla convenienza di destinare risorse proprie dell’ateneo per il perseguimento degli scopi della fondazione, che possono essere facilmente influenzati da soggetti privati esterni all’università/fondatore.
In previsione dell’avvio dell’attività della fondazione Astre, il corrente anno accademico vede istituita ed operante con corsi di sei settimane la Piccola Astre, strumentale alla definizione della struttura (Astre) che sarà sottoposta all’approvazione degli organi di governo dell’Ateneo.
CestiaIl Centro di Servizi per il Trasferimento dell’Innovazione di Ateneo (CeSTIA) è un ente strumentale all’università che mira allo sviluppo della ricerca e della formazione attraverso la funzione di supporto e servizio gestite più agilmente. In sostanza Cestia potrà occuparsi di acquisizioni di fondi, gestione del Centro Linguistico d’Ateneo, Centro di Ateneo per l’Apprendimento e la formazione Permanente, sedi periferiche di Roma Tre, ma, soprattutto, potrà «supportare il trasferimento a partner esterni dei risultati della ricerca anche con strumenti idonei a consentirne il pieno sfruttamento; amministrare e gestire i beni di cui abbia la proprietà o il possesso; sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca di base e applicata, anche attraverso l’attuazione di specifici progetti di sviluppo e la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche dell’Università Roma Tre».
Nel perseguimento dei propri scopi, Cestia può compiere qualsiasi tipo di operazione immobiliare, mobiliare e finanziaria. L’ente è organizzato come «una fondazione di diritto privato, senza scopo di lucro, che non può distribuire gli utili ed opera esclusivamente nell’interesse dell’università Roma Tre».
Secondo lo statuto risulta che i partecipanti della fondazione sono «le persone fisiche e giuridiche, pubbliche o private che ne condividono le finalità mediante il conferimento di un contributo in denaro che verrà determinato dal Consiglio di amministrazione di CeSTIA». E ancora: «in prima attuazione l’incarico di Presidente di CeSTIA è attribuito al Rettore dell’Università Roma Tre».
Dall’art. 5: «Il patrimonio di CeSTIA è costituito
a) dalla dotazione iniziale in beni e valori conferiti dal Fondatore (L’Università degli Studi di Roma Tre, nda) all’atto della costituzione;
b) da altre eventuali erogazioni o conferimenti di beni mobili e immobili che fossero disposte dal Fondatore destinati specificamente ad incremento del patrimonio;
c) dai conferimenti di beni mobili e immobili, lasciti e liberalità ed acquisti a qualsiasi titolo realizzati che pervengano da enti o da privati, la cui accettazione sia deliberata dal Consiglio di amministrazione di CeSTIA previo gradimento dell’Università Roma Tre e che il Consiglio stesso decida di destinare all’incremento patrimoniale».
Art. 6: «Per l’adempimento dei suoi compiti, CeSTIA dispone delle seguenti entrate:
a) dei redditi derivanti dall’utilizzo o dai corrispettivi derivanti dall’alienazione del patrimonio di cui all’articolo precedente;
b) di ogni eventuale contributo ed elargizione del Fondatore, di altri enti e di privati destinati all’attuazione degli scopi statutari e non espressamente destinati all’incremento del patrimonio;
c) dei contributi per le prestazioni svolte».
Art.23: «1. L’Università Roma Tre (i suoi organi di governo oggetto del ddl Gelmini, nda) delibera le linee guida dell’attività di CeSTIA per tutta la durata del Consiglio di amministrazione di quest’ultima.
2. I rapporti tra l’Università Roma Tre e CeSTIA per le prestazioni di collaborazione, consulenza, assistenza, servizio, supporto e promozione di cui all’art. 4 sono regolati da specifiche convenzioni.
3. Le convenzioni stabiliranno altresì le modalità d’eventuale conferimento a CeSTIA dei beni, delle strutture e degli impianti dell’Università Roma Tre necessari al perseguimento degli obiettivi di cui al comma 2 del presente articolo».
In sintesi si sta creando un ente di diritto privato con un consiglio di amministrazione che, potenzialmente, può comporsi di soggetti esterni all’università (imprese private, multinazionali, lobbies…) in grado di disporre del patrimonio di un’università pubblica, di vincolarne i finanziamenti e le attività di ricerca a obiettivi diversi dal pubblico interesse. Questo avviene contemporaneamente alla parziale privatizzazione del cda d’ateneo (cfr. ddl 1905).
È evidente che le conseguenze più immediate potranno riguardare sia le facoltà umanistiche, meno attraenti per investitori privati, sia quelle più tecniche, le cui attività didattiche e di ricerca potranno essere indirizzate verso obiettivi differenti da quelli pubblici.
La privatizzazione dell’università pubblica italiana passa quindi per tre direttrici: entrata di soggetti privati nei consigli di amministrazione degli atenei, diminuzione dei fondi di finanziamento pubblici, istituzione di fondazioni di diritto privato come unica possibilità di sopravvivenza finanziaria.

venerdì 10 dicembre 2010

Motorini contro la riforma

Roma, 10 dicembre – Centinaia di motorini in corteo hanno sfilato questa mattina per le strade di Roma per difendere l’istruzione pubblica da tagli e privatizzazioni. La «motorinata» promossa dal Blocco Studentesco e dai coordinamenti degli studenti di Roma nord, Eur e quarto municipio, è partita da piazza della Repubblica per raggiungere prima il ministero dell’Economia in via XX settembre, poi il Senato e infine il ministero dell’Istruzione in viale Trastevere. «Si è trattato di un’originale forma di protesta assolutamente pacifica e divertente – spiega Guelfo Bartalucci, responsabile romano del Blocco Studentesco –. Abbiamo raggiunto i luoghi che più rappresentano il difficile momento che sta vivendo l’istruzione pubblica, realizzando delle brevi assemblee in cui abbiamo ribadito il nostro no alla Riforma Gelmini e ai tagli realizzati dal governo».

http://www.bloccostudentesco.org/

bloccostudentesco@yahoo.it

SENATO

MINISTERO DELL’ECONOMIA

PIAZZA VENEZIA

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE

PER ROMA

sabato 4 dicembre 2010

Blocco Studentesco protesta: 3000 in piazza

Bartalucci: «Ragazzi uniti contro tagli e riforma, manifestazione promossa da coordinamenti trasversali»

Roma, 3 dicembre – Circa 3mila studenti delle scuole superiori di Roma hanno dato vita questa mattina ad un corteo partito da piazza Venezia e giunto fino in piazza Navona di fronte al Senato. La manifestazione, promossa dai coordinamenti degli studenti dell’Eur, del quarto municipio, di Roma nord e di Frascati, ha visto la partecipazione di migliaia di ragazzi che hanno deciso di lottare insieme al di là degli schieramenti politici, marciando dietro lo striscione «studenti uniti contro tagli e privatizzazioni». «Il Blocco Studentesco è una delle forze che hanno dato vita a questa iniziativa, ma non è assolutamente corretto sostenere che si è trattato di una manifestazione del Blocco Studentesco, come scritto erroneamente da alcuni organi stampa – precisa Guelfo Bartalucci, responsabile romano del movimento –. I vari coordinamenti studenteschi nati nell’ultima settimana in molte scuole di Roma comprendono al proprio interno ragazzi con opinioni differenti».

Anche Rolando Mancini, altro responsabile del movimento studentesco di CasaPound Italia, ha voluto mettere l’accento sulla trasversalità dell’iniziativa. «Oggi ragazzi di destra e di sinistra insieme hanno dimostrato che è possibile lottare contro i tagli previsti all’istruzione pubblica e il raddoppio dei finanziamenti alle scuole private, oltre che contro la riforma universitaria, senza la necessità di scendere in piazza con scudi, caschi e intonando cori e slogan appartenenti ad una data parte politica – spiega Mancini –. La gioia e l’entusiasmo che ha contraddistinto questa manifestazione sarà il motore propulsivo delle mobilitazioni delle prossime settimane».

giovedì 2 dicembre 2010

Posizione del Blocco Studentesco sulla riforma Gelmini


di Noah Mancini (senatore accademico della seconda Università di Roma Tor Vergata, eletto nella lista del Blocco Studentesco)


Pubblichiamo, in via straordinaria, la posizione ufficiale del Blocco Studentesco in merito al DdL 1905, redatto dal ministro dell’Istruzione Gelmini, in merito alla riforma dell’Università. Il lavoro di Mancini è volutamente tecnico e articolato (la versione sintetica sarà pubblicata a breve sul nuovo numero di «Idrovolante»), poiché si rivolge a quegli studenti (e non) che si sono stufati degli slogan vuoti e demagogici che si sentono in questi giorni, preferendo quindi informare con competenza e spirito antipregiudiziale coloro che vogliono vederci chiaro sulla tanto vituperata, quanto poco analizzata, Riforma Gelmini. Buona lettura!


Il DdL 1905 (la cosiddetta «Riforma Gelmini» riguardante l’Università), già approvato al Senato il 29 luglio di quest’anno, è passato recentemente, benché emendato, anche alla Camera (30 novembre), e l’approvazione definitiva avverrà solo dopo il voto di ratifica al Senato. Per quest’ultimo la seduta è stata attualmente calendarizzata al 9 dicembre.

In ragione di ciò, e in virtù anche delle mobilitazioni da noi organizzate, è chiaro come non possiamo esimerci dall’esprimere un giudizio di merito sulla Riforma, che può essere senz’altro considerata un ambizioso tentativo di ridare slancio all’istruzione superiore e uno sforzo di affrontare di petto i problemi dell’Università. Chi la rifiuta in blocco lo fa, infatti, unicamente per faziosità ideologica oppure perché appartiene ai settori più conservatori del mondo universitario.

Innanzitutto, bisogna ammettere che risultano sicuramente apprezzabili i princìpi ispiratori della Riforma.

Al punto 4 art. 1 del DdL in effetti si legge: «Il Ministero, nel rispetto della libertà di insegnamento e dell’autonomia delle università, indica obiettivi e indirizzi strategici per il sistema e le sue componenti e, tramite l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) per quanto di sua competenza, ne verifica e valuta i risultati secondo criteri di qualità, trasparenza e promozione del merito, anche sulla base delle migliori esperienze diffuse a livello internazionale, garantendo una distribuzione delle risorse pubbliche coerente con gli obiettivi, gli indirizzi e le attività svolte da ciascun ateneo, nel rispetto del principio della coesione nazionale, nonché con la valutazione dei risultati conseguiti».

Qualità, trasparenza, promozione del merito, rispetto del principio della coesione nazionale. Nulla da eccepire. Anzi: ben venga una svolta meritocratica e ben venga lo stop ai finanziamenti a pioggia.

Bisogna tuttavia prestare molta attenzione. Considerati i princìpi informatori (trasparenza, meritocrazia, taglio agli sprechi, ecc.), emerge chiaro l’intento del Governo di «asciugare» gli sprechi. Occorre però tener presente che la Riforma viene fatta su vasta scala, senza render conto dei singoli Atenei e delle rispettive condizioni economiche in cui essi versano.

Vale a dire: ok, basta con i finanziamenti a pioggia… ma qui si rischia di effettuare tagli con l’accetta.

Inoltre, se consideriamo la meritocrazia e la «virtuosità» dell’Ateneo in un senso puramente economico, assurto a principale criterio di valutazione per l’attribuzione del finanziamento, è chiaro che le Università private partiranno sempre e comunque avvantaggiate rispetto a quelle pubbliche, gravando su queste ultime anche i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) prefissati nella legge 133.

La conseguenza principale, e che indubbiamente merita una particolare attenzione da parte della comunità universitaria tutta, è che trovandosi a doversi mantenere fondamentalmente sulla base delle tasse universitarie, gli Atenei pubblici si troveranno costretti (in molte realtà già sta succedendo) a reperire finanziatori esterni sul mercato.

Procedendo quindi con ordine, ciò che maggiormente rileva ai fini dell’elaborazione di una linea politica sul DdL, che sia coerente e produttiva, è la risoluzione dei problemi relativi a due questioni focali: la riforma dei Consigli di Amministrazione (CdA) e la questione dei ricercatori


La riforma dei Cda

Abbiamo detto che, nel momento in cui alle Università pubbliche verrà effettivamente decurtata la parte del FFO necessario al loro funzionamento (come previsto dalla legge 133 convertita nella 180), queste si troveranno a doversi mantenere principalmente sulle rette pagate dagli studenti. Alternative in questo caso diventano giocoforza: 1) un sensibile incremento delle rette, che tuttavia non può essere sufficiente; 2) la necessità dell’Ateneo di rivolgersi a uno o più finanziatori esterni, in larga parte privati.

Ciò in alcuni casi potrà avere come conseguenza anche l’ingresso di soggetti privati nei CdA degli Atenei pubblici. CdA che, secondo il punto g) dell’articolo 2 del DdL, avranno una composizione «nel numero massimo di undici componenti, inclusi il rettore componente di diritto ed una rappresentanza elettiva degli studenti; designazione o scelta degli altri componenti secondo modalità previste dallo statuto, anche mediante avvisi pubblici, tra personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale e di un’esperienza professionale di alto livello; non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico; elezione del presidente del consiglio di amministrazione tra i componenti dello stesso...».

Di fatto ciò che viene qui espressa è la volontà di far entrare delle persone che abbiano delle esperienze in campo manageriale, ma che non siano al contempo interne all’amministrazione universitaria. La misura viene vista come una necessità, un criterio imprescindibile, un po’ come le quote rosa in Parlamento. In più, anche se nel documento non è specificato, si presuppone che queste persone di comprovata «competenza in campo gestionale» possano essere soggetti privati facenti parte di società per azioni o anche a responsabilità limitata, creando così un conflitto d’interessi notevole. A un certo punto compare anche una parolaccia: ALMENO. Ci si riferisce proprio a quel 40% di personale esterno che deve subentrare nei CdA. Che vuol dire «almeno»? Invece di essere quotato il limite massimo viene quotato il limite minimo.

Il CdA tra l’altro, secondo la Riforma, pur mantenendo tutte le attuali competenze sulle questioni finanziarie,

1) acquisirà il potere di gestione e programmazione su tutto il personale, docenti e ricercatori inclusi;

2) avrà il potere di decidere l’attivazione o la soppressione dei Corsi di Laurea e delle Sedi;

3) deciderà l’indirizzo strategico dell’Ateneo.

Qual è il rischio?

Il rischio è che tale incremento delle funzioni del CdA, in previsione di un sempre maggiore ingresso di soggetti finanziatori in larga parte privati nel sistema universitario pubblico, può senz’altro costituire una minaccia per l’indipendenza e l’autonomia dell’Università pubblica in sé.

È evidente come, nel momento in cui tali soggetti privati saranno chiamati a investire negli Atenei pubblici, lo faranno soltanto in quei settori che risulteranno ai loro occhi più «accattivanti» da un punto di vista di profitto economico, e nella misura in cui acquisteranno un vero e proprio potere decisionale nella gestione economica e didattica di quegli stessi settori nei quali hanno investito.

Le possibilità sono due: o è stato un abbaglio oppure si crede veramente che per risolvere il problema dei finanziamenti a pioggerella, con un sistema di tipo «un po’ per uno non fa male a nessuno», se ne debba creare un altro, ossia l’ingerenza del privato nel settore pubblico.

La soluzione? Autonomia e non etero-direzione

Il Blocco Studentesco Università due anni fa, prima delle proteste autunnali, quando la legge 133 non era ancora stata trasformata nella 180, aveva esposto in modo chiaro come primo punto del programma l’idea di bloccare «qualsiasi intromissione dei privati nell’Università che non sia subordinata, legalmente ed economicamente, al controllo diretto, in forma partecipativa, da parte dell’Ateneo. Autonomia e non etero-direzione! Siamo contrari a qualsiasi proposta che possa dare alle università italiane la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, giustificazione ai tagli effettuati dal Governo, primo passo verso una futura privatizzazione dell’intero sistema universitario. Così facendo si correrebbe anche il rischio di penalizzare facoltà che non suscitino un particolare interesse economico» (punto 1 del programma: «nessun privato nell’università»).

In alcune interviste avevamo anche affermato che, qualora strutture private avessero dovuto rientrare nei piani di gestione degli Atenei, la quota non avrebbe dovuto superare il 40%, rifacendoci in tal modo alla struttura universitaria russa che vede, appunto, pubblico e aziende private collaborare organicamente nell’idea di uno Stato inclusivo. Recuperando così, per altro, il principio della coesione nazionale citato tra i princìpi ispiratori della Riforma.

Effettivamente il DdL prevede che questi agenti esterni non possano rimanere in carica più di 4 anni; il che, sebbene possa essere aggirato con escamotage da imprese che ne hanno l’interesse, ovviamente è una forma di garanzia per impedire l’appoltronamento di chi ne farebbe una mera questione d’interesse.

Tuttavia ciò che rimane da specificare (e che la Riforma purtroppo non prevede) a questo punto sono i criteri di scelta per l’ingresso.

Se l’Università deve essere il luogo di formazione della futura classe dirigente di una nazione, allora essa è una struttura che lavora ai fini dello Stato, e per questo motivo anche le imprese, se d’imprese si parlerà, che subentrano nei Consigli di Amministrazione, dovranno dimostrare di essere organiche alla società e all’idea di sviluppo e crescita nazionale.

Criteri-base – secondo la nostra proposta – dovrebbero essere: le imprese devono essere italiane o al massimo europee, ma con sede legale in Italia, perché bisogna assolutamente evitare l’intromissione di multinazionali estere (per esempio quelle farmaceutiche); le industrie italiane non devono assolutamente delocalizzare le proprie sedi di produzione in altri Paesi, soprattutto se fuori dall’UE. Men che meno possono essere ammesse banche o fondazioni bancarie, e neanche aziende che abbiano capitale di debito con una qualsiasi banca.

Con ciò bisogna ribadire l’assoluto NO alla «possibile» trasformazione delle Università in fondazioni di diritto privato, il che è evidentemente un vero attacco per smantellare ciò che ci rimane dello Stato sociale.

È proprio questo il punto centrale del discorso: la presenza dello Stato. Esso è insostituibile. Ma costituisce un problema anzitutto culturale. In questo senso, se ci fosse uno Stato etico in cui i cittadini e le altre categorie sociali cooperino sinergicamente, in quanto componenti organiche del progetto nazionale, questo punto del DdL sarebbe sottoscrivibile. Usiamo a proposito la parola «sarebbe», nella forma condizionale, proprio perché le logiche che regolano il meccanismo sociale odierno puntano sempre e solo al profitto. Così ciò che va ribadito è che, se la Riforma si tramutasse in una tappa verso l’americanizzazione del sistema universitario, o più semplicemente verso la sua privatizzazione, risulterà necessario bloccarla immediatamente alle prime avvisaglie di speculazione.


La questione dei ricercatori

Altra questione che merita qualche chiarimento è quella relativa ai ricercatori universitari.
Al momento attuale, l’aspirante ricercatore, al termine del dottorato, ha davanti a sé un periodo di precariato, di durata indeterminata. In questo periodo può percepire un assegno di ricerca (al massimo per 4-5 anni) o altre forme di borse e/o contratti. L’ingresso ad uno status a tempo indeterminato avviene con concorso da Ricercatore universitario (mediamente, l’età di ingresso è oltre i 35 anni).

Procediamo ora ad analizzare caso per caso le singole situazioni.

I ricercatori a Tempo Indeterminato (TI) oggi:

1) il concorso è pubblico e avviene sulla base del curriculum e delle pubblicazioni. Prevede due prove scritte e una orale, in cui normalmente il candidato ha modo di illustrare la propria attività di ricerca;

2) i ricercatori universitari sono sottoposti ad un periodo di prova per la durata di tre anni. Per essere confermato, il ricercatore deve redigere una relazione sull’attività scientifica e didattica, sottoporla all’approvazione del Dipartimento e della Facoltà e a una commissione nominata dal Ministero, composta da 3 professori di altri Atenei;

3) coloro che non superano per due volte il giudizio di conferma cessano di essere ricercatori, e possono passare ad altra amministrazione.

I ricercatori a tempo determinato (TD) oggi:

1) a partire dall’entrata in vigore della nuova legge, non sarà più possibile bandire nuovi posti per ricercatore a TI. Si potranno bandire solo posti a TD, con contratti di tre anni, rinnovabili una volta soltanto;

2) i contratti saranno banditi sia dagli Atenei, sia a livello nazionale. Per questi ultimi si dovrà presentare un progetto di ricerca: in caso di successo, si potrà scegliere la sede in cui andare a svolgerlo, ma i fondi necessari non sono garantiti;

3) per entrare nel ruolo di professore associato sarà necessario conseguire un’idoneità a livello nazionale, indetta ogni anno.

4) se il ricercatore a TD consegue l’idoneità entro la scadenza del secondo triennio, potrà venire chiamato come professore associato… altrimenti deve trovarsi un nuovo lavoro;

5) gli Atenei non sono obbligati a garantire che ci siano le risorse necessarie per la chiamata (come avviene invece nei Paesi anglosassoni con latenure-track), sicché il ricercatore a TD, presa l’idoneità al termine dei 3+3, si potrebbe ritrovare senza lavoro per semplici motivi di bilancio.

Dal DdL, inoltre, si percepisce come tanto la prima quanto la seconda categoria siano sottoposte a un regime di controllo rigidissimo in ordine alla trasparenza sulla documentazione del lavoro svolto, ossia entra in vigore l’obbligo di presentare tot pubblicazioni ogni anno, e diventa necessario adempiere l’obbligo di informazione sul monte «ore cattedra» durante l’anno accademico. Emerge tuttavia, in maniera abbastanza chiara, come la Riforma di fatto penalizzi i ricercatori, poiché

1) non li considera: mette in esaurimento il ruolo, non riconosce il lavoro effettivamente svolto da tempo nella didattica, li esclude dalle commissioni per i concorsi universitari;

2) li penalizza economicamente: scatti stipendiali da biennali a triennali (fatta salva però la retribuzione totale), eliminazione della ricostruzione di carriera, pensionamento anticipato rispetto ai professori;

3) crea loro grosse difficoltà di avanzamento di carriera: i tagli al finanziamento dell’Università, che inevitabilmente riducono i nuovi posti da Professore Associato, e l’introduzione della figura del Ricercatore a TD che, dopo 3+3 anni se non chiamato è disoccupato, inducono una competizione iniqua e sgradita tra Ricercatori a TI e TD.

Il problema dei ricercatori si innesta, inoltre, sulla più ampia questione relativa al sottofinanziamento generale a cui è sottoposta l’istruzione pubblica superiore. La marginalizzazione dei ricercatori attuali e la precarizzazione di quelli futuri, uniti ai tagli al FFO, all’ingresso dei privati nei piani gestionali e amministrativi dell’Università, rischiano, se non controllati in maniera adeguata, di provocare un depauperamento della didattica e della ricerca in generale.

In questo senso bisogna prestare attenzione anche a un dato molto importante relativo all’arretratezza generale dell’Italia in materia di finanziamenti alla ricerca e alla didattica.

Per quanto riguarda il finanziamento della ricerca, infatti, al generale aumento di investimenti per ricerca e sviluppo nell’area OCSE di questi ultimi anni, fa riscontro addirittura la diminuzione del PIL del nostro Paese sotto l’1%. Da questo punto di vista, siamo a distanza siderale da Paesi quali gli Stati Uniti, e ci troviamo invece a staccare di poco altri Paesi quali l’Estonia.

Per quanto riguarda invece l’arretratezza del Paese circa il finanziamento alla didattica, la Riforma non interviene nella direzione di colmare il divario che, attualmente, separa l’Italia sempre dai Paesi membri dell’OCSE, in termini sia di spesa pro capite per studente (Italia: 8.725 dollari; media OCSE: 12.236), e sia di rapporto studenti/docente (Italia: 20; media OCSE: 15).

Insomma, per dirla in parole povere: passi lo stop ai finanziamenti a pioggia, passi la svolta meritocratica, passino i tagli agli sprechi, passi pure l’ingresso dei privati nell’istruzione pubblica (solo se e nella misura in cui tale ingresso si configuri in termini di autonomia universitaria, volta alla cooperazione tra pubblico e privato in senso organico e funzionale al sistema nazionale).

Ma, da una visione di insieme, ciò che risulta sempre meno presente in tutto questo è la figura dello Stato stesso, che, sebbene si sforzi di affrontare questioni nodali quali appunto gli sprechi delle pubbliche amministrazioni, la lotta ai baroni e alla fannulloneria che purtroppo spesso pervade le amministrazioni pubbliche stesse (quelle preposte all’istruzione pubblica in primis), dimentica di tracciare linee-guida chiare in relazione a quei settori che invece, alla luce della Riforma, maggiormente richiedono risposte forti e decise.

Ci riferiamo a quanto detto più su in merito ai criteri di selezione per l’ingresso di soggetti privati nei Cda, affinché il ricorso a finanziatori esterni risulti alla fine dei fatti un vero e proprio contributo alla formazione degli Italiani di domani, in un’ottica appunto «organica» di Stato coesivo e inclusivo, e non un mero sfruttamento guidato da logiche di profitto fine a se stesse.

Ci riferiamo ai fondi necessari a garantire la ricerca, i quali sembrano lasciati un po’ al caso, e che invece richiedono necessariamente risposte concrete e rapide; a partire forse proprio da un investimento maggiore del PIL, sempre in un’ottica di crescita e sviluppo dell’intero Paese.

Ci riferiamo ad una maggiore attenzione nei confronti dell’Università pubblica, affinché essa torni ad essere fucina di uomini e di idee, e non frontiera di conquista e colonizzazione di interessi particolari.

Perché ciò sia possibile, è necessario, nella pratica, che questa parta dallo stesso livello delle Università private nella distribuzione dei fondi stanziati e, a tal fine, gli interventi perequativi previsti dal DdL 1905 non sembrano affatto sufficienti. Che sia un abbaglio o un rischio calcolato, non è neanche lontanamente prefigurabile una futura distinzione tra Università di serie A (quelle private) e Università di serie B (quelle pubbliche).

Come detto più su, tutto passa per un problema culturale: quello di riconcepire lo Stato come uno Stato etico, organico e sociale. Questa è l’unica direzione da seguire. Uno Stato dove si tiene certamente conto del merito, ma dove TUTTI in quanto cittadini, in quanto Italiani, partono dallo stesso nastro di partenza. Solo con questa base ed entro quest’ottica si arriva al traguardo. Questo traguardo si chiama «futuro». Riprendiamocelo.

mercoledì 27 ottobre 2010

No a Tagli e Privatizzazioni

Mancini, “Giusto ricercare merito e trasparenza ma restano inaccettabili tagli generalizzati e precarizzazione dei ricercatori”

Roma, 26 ottobre - “Esprimere un giudizio totalmente negativo sul DDL 1905 sarebbe sintomo di faziosità ideologica, in quanto sono sicuramente apprezzabili i provvedimenti tesi ad ottenere maggiore trasparenza e ricerca del merito, così come lo è la volontà di tagliare gli sprechi. Restano però inaccettabili le soluzioni proposte in ordine al sottofinanziamento generale degli atenei pubblici, all'ingresso dei privati nei Cda delle università pubbliche e alla precarizzazione dei ricercatori ”. Lo afferma in una nota Noah Mancini, senatore accademico a Tor Vergata e responsabile universitario del Blocco Studentesco, delineando così la posizione del movimento in merito ai provvedimenti contenuti nel cosiddetto DDL Gelmini.

L'intromissione di interessi privati negli atenei pubblici – spiega Mancini – è una conseguenza diretta dei tagli al Fondo Ordinario delle Università (FFO) e della riforma dei Cda prevista dal §DDL. Già due anni fa, quando la legge 133 non era ancora stata trasformata nella 180, avevamo esposto come primo punto del nostro programma l’idea di bloccare qualsiasi intromissione dei privati nelle università che non fosse subordinata, legalmente ed economicamente, al controllo diretto in forma partecipativa da parte dell’ateneo".

Altro tema cruciale è la cosiddetta “questione dei ricercatori”. “Da un’attenta analisi emerge come la riforma penalizzi la categoria mettendo in esaurimento il ruolo e creando grosse difficoltà di avanzamento di carriera – prosegue il senatore accademico del Blocco Studentesco -. In linea generale quello che va rivisto è il ruolo dello Stato, che va riconcepito come etico, organico e sociale, tenendo conto si del merito, ma dove tutti, in quanto cittadini italiani, partano dallo stesso nastro di partenza. Salvo qualche buono spunto – conclude Mancini – riteniamo che il DDL vada rivisto sia nei principi ispiratori che nell'attuazione pratica”

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venerdì 14 maggio 2010

No pasaran?

Polacchi, "un ottimo risultato per il nostro 'esordio elettorale'"

Roma, 14 maggio - Il Blocco Studentesco Università ha ottenuto 1400 voti negli atenei romani per le elezioni al Consiglio Nazionale degli Studenti (Cnsu). Sono 509 i voti ottenuti a Roma Tre, 403 quelli a Tor Vergata, 314 quelli della Sapienza. Importante quest'ultimo dato, in quanto si tratta di voti 'd'opinione', senza una presenza attiva del movimento studentesco di Casapound Italia nel primo ateneo romano. Quasi 200 i voti arrivati dalle università private della capitale. In totale nel distretto centrale delle elezioni al Cnsu, quello che comprende Lazio, Abruzzo, Toscana e Umbria, il Blocco ha ottenuto circa 1800 voti. Le preferenze espresse in favore di Francesco Polacchi, candidato di punta del Blocco Studentesco, solo su Roma si aggirano intorno alle 700.

"E' un risultato che ci soddisfa -commenta Polacchi-. Si trattava della prima prova elettorale per il Blocco Studentesco all'interno degli atenei italiani, nei quali, è bene ricordarlo, è presente da un anno e mezzo. Positivi i riscontri in tutta la penisola, con consiglieri eletti nelle principali città italiane, nonostante l'assenza delle nostre liste nel nord-est. Roma è stata protagonista inoltre di un risultato storico, quello dell'elezione di circa 20 rappresentanti, tra i quali uno al senato accademico, l'organo di rappresentanza più importante".

A Roma Tre il Blocco Studentesco non ha ottenuto rappresentanza nel senato accademico, ma in un ateneo dove erano presenti ben 5 liste riconducibili al mondo della destra, ha ottenuto ben 3 consiglieri di facoltà: uno a Scienze Politiche, uno a Economia e uno a Lettere e Filosofia, storica roccaforte della sinistra. Un rappresentante eletto anche nel Consiglio degli Studenti. "L'affermazione a Roma Tre ha un alto valore simbolico -spiega Polacchi-. Un ateneo dove al nostro movimento è stata osteggiata l'agibilità politica in tutti i modi possibili, anche attraverso la violenza, come dimostra l'aggressione subita dai nostri ragazzi un mese fa. La nostra affermazione dimostra il radicamento del nostro movimento all'interno di Roma Tre, al contrario di quanto sostenuto dagli esponenti della sinistra antagonista e da alcune componenti di Azione Universitaria, che non hanno perso occasione per gettare fango sul Blocco Studentesco. Per fortuna gli studenti ci hanno dimostrato la loro fiducia".

Infine una battuta sul risultato ottenuto dal Blocco Studentesco alla Sapienza. "I 314 voti presi senza il minimo lavoro all'interno dell'ateneo -conclude Polacchi- dimostrano che per il Blocco Studentesco esiste una buona base di partenza per un futuro ingresso nella più grande università d'Italia".

martedì 11 maggio 2010

Domani e Giovedì alle elezioni universitarie barra il fulmine cerchiato!

sabato 8 maggio 2010

Manifestazione del Blocco Studentesco 7 Maggio

Roma, 7 maggio - Tremila persone hanno affollato questa mattina piazza della Repubblica a Roma per la manifestazione del Blocco studentesco intitolata alla 'Giovinezza al potere'. Studenti da tutta Italia, dalla Valle d'Aosta alla Sardegna, ma anche simpatizzanti dell'organizzazione studentesca e di CasaPound Italia e tanti curiosi per una vera e propria festa che si è svolta all'insegna della musica. Bandiere con il fulmine cerchiato, palloncini e striscioni hanno fatto da sfondo al sit in organizzato in vista delle elezioni universitarie del 12 e 13 maggio prossimo. Sul palco si sono alternati i candidati al Cnsu, il Consiglio nazionale degli studenti universitari, della
circoscrizione Nord Ovest, Centro e Sud, Federico Depetris, Francesco Polacchi, Matteo Centonze, e i candidati alle consultazioni locali di Tor Vergata, Noah Mancini, e Roma Tre, Alberto Palladino. Ad aprire la manifestazione il dirigente nazionale del Blocco studentesco Davide Di Stefano.

Tra i tanti striscioni che hanno colorato una piazza della Repubblica gremita, 'Assaltiamo il futuro', 'Stop privatizzazioni', 'Belli come il sole', 'No al caro libri', 'Siamo la sfida alle stelle', 'Libro di testo unico', 'Piu' sport in scuole e atenei', 'Fuori i baroni dagli
atenei'. ''Vogliamo un'università degli studenti e non di presidi, baroni, rettori e professori. Un'università fatta dagli studenti e a misura degli studenti, improntata a meritocrazia, professionalità e giustizia sociale'', ha spiegato Mancini, sottolineando che l'intenzione del Blocco studentesco è ''riportare la politica vera negli atenei''. Insomma, ''a una politica di chiacchiere - ha detto - noi rispondiamo con il sindacalismo studentesco''.

Tra i tanti chiave affrontati, le tasse, gli affitti ''usurari'' per i fuori sede, la rappresentanza studentesca. ''Vogliamo aumentare la presenza e il peso negli organi decisionali delle università - ha spiegato Di Stefano - proprio per opporci a quel processo di privatizzazione degli atenei pubblici avviato con l'articolo 16 della legge 133, che permette la trasformazione delle università statali in fondazioni private. Vogliamo riportare gli studenti al centro della vita politica, per vigilare e impedire l'usura rappresentata dall'affitto di localzione per gli studenti fuori sede e per combattere piaghe come il caro libri all'interno delle scuole. Vogliamo riaffermare l'importanza dello sport all'interno del processo educativo, aumentando le ore di educazione fisica nella scuola superiore e creando strutture all'avanguardia negli atenei''. ''Vogliamo garantire l'equiparazione tra le tasse pagate dagli studenti alla qualità dei servizi offerti'', ha detto invece Palladino.

E' stato invece Polacchi a parlare del clima di tensione che si è respirato nelle ultime settimane, un clima che sta divenendo via via più irrespirabile con l'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale.
''Vogliamo sapere dal Questore di Roma - ha detto il presidente del Blocco - come è stato possibile anche solo pensare di cedere al ricatto dei centri sociali, ipotizzando di vietare un corteo pacifico per le minacce della sinistra antagonista. Noi vogliamo fare politica, non cerchiamo lo scontro e non vogliamo nemmeno reagire alle provocazioni. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire prima che sia troppo tardi, prima che ci scappi il morto. E noi il morto non lo vogliamo, né nelle nostre file, né nelle loro''. Polacchi ha poi rigraziato i 32 parlamentari di varia appartenenza che hanno firmato l'interpellanza al ministro dell'Interno Roberto Maroni per
scongiurare il ritiro dell'autorizzazione della manifestazione, spiegando che, anche grazie a loro, si è raggiunta la mediazione del presidio statico. Il sit in si è concluso con la lettura dei nomi dei
firmatari degli appelli ''contro la spirale d'odio'' e ''per la libertà di manifestare'': un centinaio tra artisti, intellettuali, giornalisti e politici, a cui si sono aggiunti una ventina di esponensti della sinistra 'libertaria'.


sabato 24 aprile 2010

Neoterocrazia e nuovo Umanesimo


(Articolo ripreso dal blog dell'Avgvsto Movimento)





In molti atenei italiani vi saranno a breve le elezioni accademiche, sicché torna a farsi attuale il dibattito sui programmi delle varie liste che intendono cambiare l’Università. Già da questo semplice enunciato emergono due interrogativi: ma perché solo quando ci sono le elezioni si comincia a parlare di programmi? Ma i vari soggetti politici la vogliono cambiare per davvero questa Università?


È noto d’altronde che l’elettorato studentesco universitario è particolarmente abulico e indifferente, soprattutto se si tratta di parlare di riforme che possano migliorare il nostro sistema accademico: infatti lo studente medio si iscrive, studia, fa gli esami e non vede l’ora di avere il pezzo di carta per poi potersi gettare a capo fitto nel mondo del lavoro. Vanno bene le battaglie per ottenere la mensa di facoltà o per attrezzare una navicella che ci porti comodamente in sede ma, per quanto riguarda lo studio, «volete cambiare le cose? Basta che non mi scombinate le carte in tavola e che mi lasciate laureare in pace». Legittimo per carità… Ma allora dov’è la democrazia? Dov’è la tanto sbandierata coscienza civile degli studenti-cittadini? Dov’è la partecipazione? Mistero: miracoli della democrazia delegata…

Ma a parte la stragrande maggioranza degli studenti (circa il 90%, se non il 99,9), alla quale stanno a cuore solamente taluni aspetti burocratici (priva cioè di una visione ad ampio respiro), coloro che si occupano di politica nelle università ci sono. Senza perderci in complicate divisioni e suddivisioni, possiamo osservare che le posizioni principali sono essenzialmente due: gli uni avversano l’entrata dei privati (sotto qualsiasi forma) negli atenei, gli altri si battono invece contro lo strapotere dei «baroni». Posizioni entrambe condivisibili, benché con alcune riserve.

Entrambe, tuttavia, nascondono il rovescio della medaglia. I primi infatti contribuiscono all’isolamento delle università italiane, sganciate pressoché totalmente dal mondo del lavoro, e divenute oramai meri stipendifici. Sicché i «baroni» non possono che rallegrarsi di questi fidi custodi (consapevoli?) dei loro privilegi, a cui non mancano conseguentemente di offrire il proprio appoggio. I secondi, al contrario, folgorati dal sistema universitario-aziendale statunitense, invocano giustamente la meritocrazia, senza preoccuparsi tuttavia della calata dei barbari privatizzatori, dell’arrivo cioè di nuove lobbies che andranno a scontrarsi con le oligarchie dominanti in una guerra senza quartiere, la posta in palio della quale non è certamente il bene supremo: la «salute» dell’Università.

Ma giacché noi pensiamo che la salus publica (o universitaria) sia suprema lex, non ci curiamo né degli interessi dei «baroni», né di quelli dei privati rampanti. Ben vengano allora i finanziamenti esterni, purché scrupolosamente disciplinati e subordinati al bene comune (cioè dell’Università, cioè nostro), e ben vengano anche l’autonomia e la libertà di ricerca degli atenei, purché non più facili prede della tirannia «baronale».

Al di là però di questi delicatissimi temi, esiste un problema fondamentale, che precede gerarchicamente tutti gli altri. Ossia l’idea che noi abbiamo di Università, il ruolo cioè che essa deve rivestire nel destino di una nazione.

Il Blocco Studentesco, volendo superare le vetuste contrapposizioni e rianimando un sano «Sindacalismo universitario», propone essenzialmente due punti imprescindibili: la partecipazione attiva ed effettiva degli studenti alla politica accademica; una rivoluzione culturale.

La presenza degli studenti nei vari organi consiliari universitari infatti, sic stantibus rebus, altro non è che il contentino gentilmente elargito dalle alte gerarchie accademiche agli indomiti (?) giovani. Qualche formale chiacchierata in sede di assemblea, e gli arcigni (?) ragazzotti investiti del potere (?) si illudono di contare qualcosa. Senza un’adeguata presenza studentesca nei vari organi universitari, infatti, è inutile e offensivo venirci a parlare di «democrazia», «partecipazione», «potere degli studenti» e amenità varie, dal momento che, al massimo, fungiamo da innocui soprammobili in sede assembleare. Al contrario l’insediamento del 50% di studenti eletti in ogni organo d’ateneo, dal Senato al Consiglio d’Amministrazione (importantissimo!), unito al diritto di veto in merito ai provvedimenti fondamentali, rappresenta la condicio sine qua non per poter almeno tentare di realizzare i nostri programmi, e sicuramente per poter incidere maggiormente nella politica d’Ateneo.

«Neoterocrazia», dunque, la Giovinezza al Potere. Il primo punto è proprio questo: è da noi giovani che deve (ri)cominciare la nostra azione (l’indign-azione la lasciamo ai piagnoni), senza padri putativi e padrini, senza deleghe e santi crismi.

Il secondo punto è, invece, la già accennata rivoluzione culturale. Progetto troppo ambizioso? Termine eccessivamente roboante? Forse. Ma noi non abbiamo paura di nulla, neanche delle parole. E certamente non abbiamo timore nel concepire un’Università nuova, rinnovata, che sia l’avanguardia della futura Europa politicamente libera e sovrana, finalmente padrona del proprio destino. Ed è dall’Italia, come ieri, come sempre, che divamperà il salutare incendio della rivoluzione, poiché – come noto – il fuoco, oltre a distruggere, purifica.

Il 4° punto del programma del Blocco Studentesco Università, il cosiddetto «Progetto Piattaforma», infatti, contiene in sé i germogli di un «Nuovo Umanesimo». Vediamo perché.

Ogni materia consta solitamente di un corso istituzionale – il quale prevede l’apprendimento del relativo manuale, e che intende quindi fornire allo studente le conoscenze di base della materia stessa –, di un corso monografico e di un corso specialistico (quest’ultimo di norma riservato agli studenti delle Lauree Magistrali). Il corso monografico e quello specialistico rappresentano (o meglio: dovrebbero rappresentare) l’autentico e più genuino livello superiore di insegnamento universitario. Con grande amarezza, tuttavia, ci rendiamo presto conto che, nella stragrande maggioranza dei casi (non mancano però virtuose eccezioni), questi corsi risultano essere dei meri «prolungamenti» o «riproposizioni» del modulo istituzionale, benché affrontino uno specifico tema in maniera più circostanziata.

Il problema non risiede però – come un’analisi affrettata potrebbe suggerire – nei programmi, bensì nel METODO di insegnamento. In effetti, se ci fate caso, le modalità attraverso le quali tali corsi vengono svolti non differiscono poi molto da quelle dei «corsi-base»: il professore, di fronte a una platea più o meno vasta, spiega – spesso ininterrottamente – per una o due ore l’argomento del giorno, magari riservando le domande e le delucidazioni alla fine della lezione; egli fornirà poi una o più opere monografiche di riferimento e il gioco è finito. E noi studenti? Che cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo imparato qualcosa di nuovo, certo. Ma altrettanto certamente abbiamo «subìto» la lezione in maniera passiva, con la consapevolezza magari che parte di quanto abbiamo appreso sbiadirà lentamente col tempo (è inevitabile). E allora, che cosa ci rimane? Nozioni, per quanto importanti e fondamentali, ma nient’altro che nozioni. E purtroppo non abbiamo invece imparato un METODO, una forma mentis realmente scientifica, la quale dovrebbe essere il vero fine dell’insegnamento universitario. Infatti una nozione può sbiadire, ma un metodo – se ben acquisito – rimane per sempre.


Ebbene, il «Progetto Piattaforma» prevede, in luogo dei corsi monografici e specialistici, l’istituzione di SEMINARI, traendo ispirazione dal modello tedesco. Un’ispirazione che – si badi bene – non è però brutale «trapianto» di un sistema in un differente contesto. Tali seminari, dunque, che potranno essere divisi in due o più categorie a seconda del livello di difficoltà, saranno composti da un numero massimo di 25 studenti, seguiranno gli stessi calendari dei corsi monografici e specialistici (quindi anche per quanto riguarda la quantità di ore e l’offerta di CFU), e sarà richiesta la frequenza obbligatoria. In questi seminari gli studenti parteciperanno attivamente alle lezioni tramite relazioni (i Referate tedeschi), ricerche personali e discussioni aperte. E il professore? Di certo non scomparirà, ma diverrà un supervisore delle lezioni, con la facoltà – si capisce – di rettificare, riprendere, consigliare, ecc. gli studenti, con i quali instaurerà un continuo e proficuo rapporto dialettico da primus inter pares. Gli esami saranno preferibilmente composti da:
- una tesina di circa 10-12 pagine (ma la mole del lavoro sarà determinata dalla quantità di CFU prevista dal corso), il cui tema sarà concordato preventivamente con il docente;
- una breve parte orale (10-15 minuti) a lavoro concluso, nella quale si discuterà del proprio elaborato.

Il ristretto numero di studenti partecipanti a un singolo seminario, inoltre, darà la possibilità di organizzare più corsi per materia, che dovranno essere affidati alla direzione di giovani e volenterosi ricercatori, i quali, riscattati dalla loro triste condizione di «portaborse» dei professori, potranno far mostra delle loro capacità e del loro valore.

Ovviamente ogni Corso di Laurea avrà seminari ad hoc e confacenti alla propria precipua natura. Ad esempio, per quanto riguarda l’insegnamento delle scienze naturali, essi potranno essere costituiti da corsi superiori da svolgersi in laboratorio.

Tali seminari-laboratori dovranno essere infine il collegamento indispensabile tra il mondo accademico e il mondo del lavoro. Quest’ultimi, infatti, non possono assolutamente restare – come ora – due compartimenti stagni, non comunicanti tra loro.

Ai più non sarà sfuggita l’intrinseca portata rivoluzionaria di questo progetto. Una rivoluzione – come dicevamo – eminentemente culturale, poiché si tratta di scegliere tra i due concetti contrastanti di istruzione (il dispensare cioè unicamente nozioni), da una parte, e di FORMAZIONE o EDUCAZIONE, dall’altra. «Educare» significa infatti etimologicamente (dal latino e-duco) ‘condurre fuori’, suscitare ed alimentare energie, accompagnare lo studente fuori dagli angusti confini del sapere preconfezionato (il manuale o il monologo del docente) verso una superiore consapevolezza delle proprie qualità intellettuali. Significa risvegliare e potenziare il senso critico del discente, educarlo ad un METODO. È la scelta tra il soliloquio e il DIALOGO.

È dunque una rivoluzione «umanistica»: se nel Medioevo, infatti, l’auctoritas del professore era «sacra e inviolabile» (della serie ipse dixit: «è così perché l’ha detto lui»), la rivolta culturale dell’Umanesimo italiano generò invece maestri come Guarino Guarini e Vittorino da Feltre, le scuole dei quali erano luoghi di alta formazione intellettuale in cui il docente dialogava continuamente e cooperava pariteticamente con i suoi discepoli. Una formazione che non era però strettamente «umanistica» (nel senso di studia humanitatis), bensì organica e completa, grazie allo studio delle scienze naturali, giuridiche, matematiche, mediche, artistiche e grazie all’indispensabile esercizio fisico. Una formazione che era anche gioco e divertimento, tanto che alla scuola mantovana di Vittorino fu dato il significativo nome di «Zoiosa».

Si tratta quindi di un ideale universitario che si riconnette, prima ancora che con il modello seminariale tedesco (che ne è invece derivazione), con la nostra tradizione nazionale e continentale. Un ideale di Rinascimento che, sorto in Italia, infiammò tutta l’Europa. E così, oltre a Leonardo, Michelangelo, Alberti e Machiavelli, avemmo Rabelais, Erasmo, Montaigne e Moro, per non dire di tanti altri.

E non è certo un caso che il meraviglioso manifesto del Blocco «L’Università che vogliamo», così come la copertina di «Idrovolante», ritragga la Scuola di Atene di Raffaello, in cui centralmente domina la figura di Platone, il filosofo della critica e del dialogo.

È dunque grazie all’esempio dei nobili padri della nostra civiltà che la nuova gioventù d’Europa si riapproprierà del suo ruolo nella Storia. È da qui che prenderà vita l’«Uomo nuovo», l’«Uomo del Terzo Millennio», il quale si appresta a tornare faber suae fortunae, ossia artefice del proprio destino.

La «Neoterocrazia» e questo «Nuovo Umanesimo» rappresentano, in definitiva, la volontà degli studenti di diventare finalmente protagonisti della vita universitaria, senza timori e complessi di inferiorità. Sono la nostra marinettiana «sfida alle stelle», ossia la riaffermazione del sacrosanto diritto e dovere di costruire il nostro futuro, attivamente, potentemente, categoricamente.

martedì 20 aprile 2010

Aperitivo Elettorale Blocco Studentesco Università

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DOMENICA 2 MAGGIO 2010
Dalle 18 in poi
Al Bar "Da Massimo" a Ponte Milvio


Aperitivo elettorale offerto dal Blocco Studentesco in occasione delle elezioni universitarie del 12 e 13 Maggio.
Nel corso della serata verranno presentati i candidati del Blocco all'interno delle facoltà, del Senato Accademico, del CDA e del CNSU. Sarà l'occasione perfetta per presentare il nostro programma, i nostri progetti e le nostre proposte.
AVANTI E PIU' AVANTI ANCORA...C'MON BLOCCO!

Aperitivo Elettorale Blocco Studentesco Università

mercoledì 14 aprile 2010

Ancora aggressioni contro Il Blocco Studentesco a Roma 3

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Università: a Roma agguato dei centri sociali contro il Blocco
Studentesco, 10 feriti tra cui il leader Polacchi

Roma, 14 aprile - Una decina di ragazzi del Blocco Studentesco sono
rimasti feriti e dopo essere stati aggrediti da un centinaio di
esponenti dei centri sociali davanti alla facoltà di Lettere di Roma
Tre in via del Valco di San Paolo, mentre affiggevano alcuni manifesti
in vista delle prossime elezioni del Cnsu, il Consiglio Nazionale
degli Studenti Universitari. Nove militanti del Blocco sono finiti in
ospedale, sei di loro con ferite gravi e prognosi di decine di giorni.
Tra questi anche il presidente nazionale del Blocco Studentesco e
candidato al Cnsu, Francesco Polacchi, attualmente ricoverato al Cto
di Roma per una frattura scomposta dell'avambraccio e due ferite in
testa che hanno richiesto dieci punti di sutura.

‘’Si è trattato di un vero e proprio agguato -spiega Polacchi-.
Eravamo una quindicina di persone e stavamo facendo affissione,come è
prassi nei periodi preelettorali, quando abbiamo visto sbucare dal
nulla un centinaio di persone armate di caschi, sassi, bastoni,
catene, che ci sono venute
addosso, forti del fatto di essere oltre quattro volte superiori a noi
nel numero‘’. Alcuni cittadini che abitano proprio sulla via dove sono
avvenuti gli incidenti hanno assistito alla scena, fornendo la propria
testimonianza dei fatti al commissariato 'Esposizione', nel quartiere
Eur.

"Dalla dinamica dell’aggressione, avvenuta peraltro a poche centinaia
di metri dal centro sociale ‘Acrobax’, sembra evidente come l'attacco
fosse premeditato - aggiunge Davide Di Stefano, responsabile nazionale
del Blocco Studentesco-. Un’azione violenta e intimidatoria
pianificata a tavolino per impedirci di fare politica nelle
università. E’ chiaro che un gesto di una tale gravità nasce dalla
convinzione di godere di una totale impunità e richiede una risposta
adeguata. E noi questa risposta la pretendiamo dal rettore di Roma
Tre, Guido Fabiani, tenuto a garantire l’agibilità politica per tutte
le liste che partecipano alle elezioni universitarie, e prima ancora
dalle istituzioni, dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni e dal
sindaco di Roma, Gianni Alemanno, fino al neoeletto governatore del
Lazio, Renata Polverini, il cui massimo impegno dovrebbe essere quello
di tutelare la sicurezza dei cittadini‘’.



Articolo su Libero

Articolo sul Corriere
Articolo su Repubblica

martedì 6 aprile 2010

7 Maggio 2010: Assalta il Futuro!

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Ricordiamo a tutti un appuntamento da non perdere:



E dopo....

martedì 30 marzo 2010

Banchetto a Scienze Politiche

Presenza numerosa e costante degli studenti del Blocco Studentesco nella loro facoltà.






martedì 23 marzo 2010

Due ragazzi aggrediti da 5 militanti di sinistra a Roma Tre

Polacchi, è una 'caccia all'uomo' organizzata per impedirci di fare
politica Rettore deve intervenire



Roma, 23 marzo - ''Questa mattina due ragazzi del Blocco studentesco
sono stati bersaglio dell'aggressione fatta scattare da militanti di
estrema sinistra nei pressi dell'università Roma Tre''. Lo denuncia il
Blocco studentesco, che riferisce: ''I due ragazzi si trovavano
all'interno del parcheggio e si stavano dirigendo al banchetto per la
raccolta firme organizzato a Lettere in vista delle prossime elezioni
universitarie, quando sono stati riconosciuti da cinque esponenti dei
collettivi che li hanno attaccati a colpi di cinta. L'aggressione è
avvenuta in via Oropa, nei pressi della facoltà di Economia. Uno dei
due studenti del Blocco studentesco, colpito al volto e alla testa, è
dovuto ricorrere al pronto soccorso dell'ospedale San Giovanni per
farsi medicare le ferite''.

‘’Quanto accaduto oggi è un fatto gravissimo che arriva, peraltro, a
una settimana da altre due aggressioni messe in atto dai Collettivi
nei confronti di nostri militanti - sottolinea Francesco Polacchi,
responsabile nazionale del Blocco studentesco - Ancora piu’ grave è
che questi due ragazzi siano stati riconosciuti fuori dall'università
e non mentre svolgevano attività politica. Una circostanza che
dimostra come sia in atto una vera e propria 'caccia al fascista' che
presuppone un lavoro di schedatura dei ragazzi che si sono avvicinati
al Blocco studentesco e una organizzata e costante opera di
intimidazione per impedire agli studenti 'non omologati' di fare
politica''. ''Per questo - conclude Polacchi - chiediamo al Rettore di
Roma Tre Guido Fabiani di condannare l'accaduto e gli ricordiamo che è
suo dovere garantire agli studenti la libertà di espressione e la
possibilità di concorrere a elezioni democratiche''.

giovedì 18 marzo 2010

Blocco Studentesco, 3 anni sotto attacco

Martedì l'aggressione con piccozze e mazze di ferro. "Siamo l'alternativa per i giovani. Nelle aule portiamo cultura e sport". Francesco Polacchi: "Quelli di sinistra vogliono impedirci di fare politica"



Agguati. Macchine distrutte e locali in fiamme. Botte. Minacce e boicottaggi. I ragazzi del Blocco Studentesc o son o sotto assedio da più di tre anni. Da quando si sono costituiti in movimento, il 12 settembre 2006, vivono respingendo le cariche dei militanti di estrema sinistra. Venticinque gli attacchi «gravi»: «E c’è tutto il resto. Dagli insulti

gratuiti in poi». I giovani de l Blocco Studentesco lavorano negli istituti superiori e nelle università. A Roma sono divisi in quattro nuclei territoriali per fare politica nelle scuole.

Altri due nuclei si occupano delle attività negli atenei: Tor Vergata e Roma Tre. «Ma tra poco arriviamo anche a La Sapienza», spiega Francesco Polacchi. Lui è il responsabile nazionale, anche se i militanti del movimento preferiscono mettere da parte i ruoli ufficiali. Non è un caso se si definiscono "comunità organica di destino": la vita si fonda su un progetto di comunità, il singolo deve essere a disposizione dell'altro senza chiedere nulla in cambio e il destino è una continua avventura. Dal quartier generale del Blocco Studentesco, dentro il palazzo di CasaPound, l'associazione «madre», Francesco organizza le sue attività: volantinaggio, conferenze, dibattiti, affissione di manifesti, assemblee, sport e sindacato studentesco. Ma tutto questo lavoro dà fastidio. Ai militanti di sinistra. Ai collettivi. Nel 2005 non sono ancora nati. Ma i militanti di CasaPound che stanno per fondare il Blocco Studentesco subiscono già il primo attacco.

È l'8 marzo. Un barattolo di pelati viene riempito con polvere da sparo e fatto esplodere nel Cutty Sark, il pub di riferimento del movimento. Il boato è infernale. Tre macchine devastate. Il locale è seriamente danneggiato. Per fortuna non ci sono feriti. Gli assalti degli estremisti di sinistra sono spesso programmati. Ma anche casuali. È il 25 aprile 2007 quando un ragazzo di quattordici anni passeggia in via Cavour. Indossa una maglietta degli «zetazeroalfa», il gruppo musicale che ha dato e dà linfa ai giovani di CasaPound. Alcune teste rasate di sinistra lo vedono. In un attimo scatta l'aggressione. Pugni. Calci. Il naso che si rompe. Due denti insanguinati cadono a terra. Poi l'ultimo sfregio prima di fuggire: la maglietta strappata. «Le loro intimidazioni - racconta Francesco Polacchi - sono programmate per farci smettere di fare politica. Loro non cercano un confronto se non fisico. Vogliono solo toglierci di mezzo. Quel ragazzo di quattordici anni se ne è andato». Luglio 2007. Quindici militanti di destra distribuiscono volantini a Casal Bertone. Si avvicinano quelli di sinistra. Sono più di cento. Hanno in mano sanpietrini, mattoni, manganelli. Lo scontro è fortissimo.

I «compagni» mandano avanti un plutone di immigrati per farsi scudo. Loro si piazzano dietro a dare disposizioni. È una maxirissa. Alla fine i 15 restano feriti. Sono gravi. Alcuni ne avranno per più di sessanta giorni. Passano due mesi e una bomba carta viene fatta esplodere nella sede di piazza Perin del Vaga, che rimane devastata. A dicembre dello stesso anno finisce male anche la distribuzione del giornale Blocco Studentesco. Con le mazze da baseball 25 militanti di sinistra fanno partire l'aggressione. Ma è nell'ottobre del 2008 che il clima contro il Blocco Studentesco si fa incandescente. Tre giorni di mobilitazione studensca mossa dalle coscienze dei ragazzi di destra. Si lotta contro la legge 133 nella Finanziaria. Si protesta davanti al Senato. A piazza Navona. I giovani vogliono dire all'Italia che cosa pensano. Destra e sinistra sembrano parlare la stessa lingua. Condurre la stessa battaglia. Poi la protesta si sposta contro i fascisti. Prima lo scontro con gli studenti del Virgilio.

Poi i rash di sinistra a bloccare gli studenti di destra. C'è il primo attacco. Volano calci e pugni. L'atmosfera ormai è tesa. La protesta davanti al Senato viene gettata nel dimenticatoio. La guerriglia a piazza Navona si scatena quando un gruppone formato dai colletivi della Sapienza, centri sociali, rifondazione e Cobas parte all'assalto con i caschi al grido di «camerata basco nero il tuo posto è al cimitero». È l'ennesimo attacco al Blocco Studentesco. Alla la fine del 2008 e per tutto il 2009 è un crescendo di intimidazioni. Le macchine di alcuni giovani fuori scuola vengono sfasciate. I militanti del volantinaggio sono intimiditi. Minacciati di botte. O di morte. Lo stesso Francesco Polacchi si trova più volte in situazioni a rischio. «L'ultima volta stavo andando a vedere una partita di pallanuoto dei Black Shark Capitolini under 20. Ero sulla Pontina, viaggiavo verso Anzio. A un tratto trovo una manifestazione non autorizzata dei compagni. Metto la testa fuori dell'auto. Mi riconoscono e in quaranta mi vengono addosso. Ero con tre amici. Ci siamo menati. Difesi fino alla fine, poi loro, vigliacchi, se ne sono andati. È un continuo». Loro, i ragazzi del Blocco Studentesco, vivono così. Tra il sogno di fare politica e la prevaricazione senza respiro.


Da "il Tempo" 18/03/10

http://iltempo.ilsole24ore.com/cronaca_locale/roma/2010/03/18/1138796-blocco_studentesco_anni_sotto_attacco.shtml

mercoledì 17 marzo 2010

Ancora violenza dalla sinistra antagonista

UNIVERSITÀ: ANTONINI (CPI), ESCALATION VIOLENZA SINISTRA ANTAGONISTA A TOR VERGATA Stampa


Roma 16 mar. (Adnkronos) - «Ieri un'aggressione a studenti che assistevano a una conferenza, oggi un'altra, con tanto di accette, a due ragazzi che stavano parcheggiando un motorino. A Tor Vergata gli attacchi violenti pepetrati dalla sinistra antagonista hanno superato il limite». Lo ha detto il consigliere del al XX Municipio di Roma e vicepresidente di CasaPound Italia, Andrea Antonini, in riferimento all'attacco denunciato da alcuni ragazzi del Blocco Studentesco, oggi nel parcheggio antistante la facoltà di Giurisprudenza dell'università di Tor Vergata. «È assurdo -prosegue Antonini- che nel 2010 ci sia ancora chi giudichi una provocazione la semplice organizzazione di un'iniziativa o addirittura in taluni casi, la presenza stessa di persone opinioni differenti. Un comportamento discriminatorio e violento assolutamente inaccettabile».