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venerdì 18 marzo 2011

Il Tuo Ateneo sta cambiando!

L’ondata privatizzatrice partita nel nostro paese a seguito dello scandalo «tangentopoli» nei primi anni novanta si abbatte ora sull’istruzione pubblica e il mondo universitario. Il ddl 1905 infatti conferma l’apertura, anticipata già dal plurimandatario rettore Fabiani per quanto riguarda Roma Tre, all’entrata delle fondazioni di diritto privato negli atenei pubblici. L’obiettivo che si vuole conseguire è quello di una progressiva distruzione dello Stato sociale in ogni sua forma, in perfetta linea con le politiche economiche che si stanno perseguendo a livello internazionale (FMI, WTO, BM).
L’istruzione universitaria subisce l’attuazione dei processi di privatizzazione a fronte del grave dissesto economico in cui versano molti atenei dello Stivale, a causa della continua riduzione dei finanziamenti statali ma anche della cattiva gestione da parte dei rettori. Evidenze di questo sono fornite da numerose indagini dell’Istat: il nostro paese negli ultimi tre anni ha diminuito i finanziamenti universitari del 10%, e per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca emerge una riduzione di oltre il 6%. Numerose sono anche le statistiche che confermano una conduzione irresponsabile degli atenei: l’indice di omonimia fra i docenti universitari in alcuni casi sfiora anche il 25%. Questo dato si affianca inoltre alla diffusa proliferazione di corsi di laurea e singole materie seguite da numeri esigui di studenti.
Il governo, con il ddl 1905 riguardante la riorganizzazione del sistema universitario, ha cercato di porre rimedio ai problemi che affliggono il mondo accademico prevedendo, fra le varie misure messe in atto, l’accesso di soggetti privati all’interno degli atenei. Si legge infatti all’articolo 2, riguardante gli organi e l’articolazione interna, che il consiglio di amministrazione sarà composto
«nel numero massimo di undici componenti, inclusi il rettore, componente di diritto, ed una rappresentanza elettiva degli studenti; designazione o scelta degli altri componenti secondo modalità previste dallo statuto, anche mediante avvisi pubblici, tra personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello; non appartenenza ai ruoli dell’ateneo, a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico, di un numero di consiglieri non inferiore a tre nel caso in cui il consiglio di amministrazione sia composto da undici membri e non inferiore a due nel caso in cui il consiglio di amministrazione sia composto da un numero di membri inferiore a undici; previsione che fra i membri non appartenenti al ruolo dell’ateneo non siano computati i rappresentanti degli studenti iscritti all’ateneo medesimo; previsione che il presidente del consiglio di amministrazione sia il rettore o uno dei predetti consiglieri esterni ai ruoli dell’ateneo, eletto dal consiglio stesso».
In sintesi si attua una parziale privatizzazione dei consigli di amministrazione, nella misura di almeno il 40%, a fronte di un aumento dei poteri dell’organo stesso.
Negli ultimi anni molte Università pubbliche hanno costituito, nella forma giuridica di fondazioni di diritto privato, proprie strutture di supporto all’attività di didattica e di ricerca. Fra queste, ovviamente, trova spazio anche l’Università degli studi di Roma Tre con le proposte di istituzione delle fondazioni Astre e Cestia che hanno già trovato una parziale esecuzione.
AstreL’Alta Scuola Roma Tre è, secondo quanto affermato nella proposta d’istituzione presentata al Senato accademico, «una scuola superiore universitaria: una scuola d’eccellenza che riunisce studenti selezionati e professori di reputazione internazionale nella ricerca e nell’insegnamento. Gli studenti di ASTRE sono studenti di Roma Tre (e anche di altre università, secondo una proporzione che verrà definita negli statuti) ai quali è richiesto di frequentare, oltre che i propri corsi normali, anche quelli di Astre».
Accanto agli organi di governo che sono composti quasi totalmente da professori ordinari di Roma Tre, trova inoltre spazio il comitato di indirizzo e garanzia, il quale «verifica che le attività della Scuola siano conformi agli obiettivi fissati ed esprime proposte per l’indirizzo nel prossimo futuro. Esprime valutazioni sulle prestazioni complessive della Scuola e delle persone che in essa operano. Nei casi rilevanti, opera come Consiglio di probiviri per le attività della Scuola. Il Presidente del Comitato è eletto tra i suoi componenti». È interessante notare come i suoi membri potranno essere scelti non solo fra personalità interne all’ateneo, bensì anche fra personalità «della cultura e della scienza, delle imprese, dell’amministrazione e delle professioni che assicurino pieni requisiti di competenza, di visione strategica e di autonomia di giudizio».
Il ponte tra la fondazione e aziende private si può realizzare in più forme: tra le altre, le imprese possono «contribuire al fondo di finanziamento ordinario di Astre, con una quota annuale per un determinato numero di anni; in questo caso le imprese hanno diritto ad avere un rappresentante nel Comitato di Indirizzo e garanzia della scuola. Il fatto di far parte del Comitato permette alle imprese di contribuire a indirizzare le scelte della Scuola».
Si tradisce in questo modo il requisito di autonomia precedentemente posto alla base della scelta di membri del comitato. Emergono inoltre forti dubbi, soprattutto nell’attuale momento di sottofinanziamento, sulla convenienza di destinare risorse proprie dell’ateneo per il perseguimento degli scopi della fondazione, che possono essere facilmente influenzati da soggetti privati esterni all’università/fondatore.
In previsione dell’avvio dell’attività della fondazione Astre, il corrente anno accademico vede istituita ed operante con corsi di sei settimane la Piccola Astre, strumentale alla definizione della struttura (Astre) che sarà sottoposta all’approvazione degli organi di governo dell’Ateneo.
CestiaIl Centro di Servizi per il Trasferimento dell’Innovazione di Ateneo (CeSTIA) è un ente strumentale all’università che mira allo sviluppo della ricerca e della formazione attraverso la funzione di supporto e servizio gestite più agilmente. In sostanza Cestia potrà occuparsi di acquisizioni di fondi, gestione del Centro Linguistico d’Ateneo, Centro di Ateneo per l’Apprendimento e la formazione Permanente, sedi periferiche di Roma Tre, ma, soprattutto, potrà «supportare il trasferimento a partner esterni dei risultati della ricerca anche con strumenti idonei a consentirne il pieno sfruttamento; amministrare e gestire i beni di cui abbia la proprietà o il possesso; sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca di base e applicata, anche attraverso l’attuazione di specifici progetti di sviluppo e la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche dell’Università Roma Tre».
Nel perseguimento dei propri scopi, Cestia può compiere qualsiasi tipo di operazione immobiliare, mobiliare e finanziaria. L’ente è organizzato come «una fondazione di diritto privato, senza scopo di lucro, che non può distribuire gli utili ed opera esclusivamente nell’interesse dell’università Roma Tre».
Secondo lo statuto risulta che i partecipanti della fondazione sono «le persone fisiche e giuridiche, pubbliche o private che ne condividono le finalità mediante il conferimento di un contributo in denaro che verrà determinato dal Consiglio di amministrazione di CeSTIA». E ancora: «in prima attuazione l’incarico di Presidente di CeSTIA è attribuito al Rettore dell’Università Roma Tre».
Dall’art. 5: «Il patrimonio di CeSTIA è costituito
a) dalla dotazione iniziale in beni e valori conferiti dal Fondatore (L’Università degli Studi di Roma Tre, nda) all’atto della costituzione;
b) da altre eventuali erogazioni o conferimenti di beni mobili e immobili che fossero disposte dal Fondatore destinati specificamente ad incremento del patrimonio;
c) dai conferimenti di beni mobili e immobili, lasciti e liberalità ed acquisti a qualsiasi titolo realizzati che pervengano da enti o da privati, la cui accettazione sia deliberata dal Consiglio di amministrazione di CeSTIA previo gradimento dell’Università Roma Tre e che il Consiglio stesso decida di destinare all’incremento patrimoniale».
Art. 6: «Per l’adempimento dei suoi compiti, CeSTIA dispone delle seguenti entrate:
a) dei redditi derivanti dall’utilizzo o dai corrispettivi derivanti dall’alienazione del patrimonio di cui all’articolo precedente;
b) di ogni eventuale contributo ed elargizione del Fondatore, di altri enti e di privati destinati all’attuazione degli scopi statutari e non espressamente destinati all’incremento del patrimonio;
c) dei contributi per le prestazioni svolte».
Art.23: «1. L’Università Roma Tre (i suoi organi di governo oggetto del ddl Gelmini, nda) delibera le linee guida dell’attività di CeSTIA per tutta la durata del Consiglio di amministrazione di quest’ultima.
2. I rapporti tra l’Università Roma Tre e CeSTIA per le prestazioni di collaborazione, consulenza, assistenza, servizio, supporto e promozione di cui all’art. 4 sono regolati da specifiche convenzioni.
3. Le convenzioni stabiliranno altresì le modalità d’eventuale conferimento a CeSTIA dei beni, delle strutture e degli impianti dell’Università Roma Tre necessari al perseguimento degli obiettivi di cui al comma 2 del presente articolo».
In sintesi si sta creando un ente di diritto privato con un consiglio di amministrazione che, potenzialmente, può comporsi di soggetti esterni all’università (imprese private, multinazionali, lobbies…) in grado di disporre del patrimonio di un’università pubblica, di vincolarne i finanziamenti e le attività di ricerca a obiettivi diversi dal pubblico interesse. Questo avviene contemporaneamente alla parziale privatizzazione del cda d’ateneo (cfr. ddl 1905).
È evidente che le conseguenze più immediate potranno riguardare sia le facoltà umanistiche, meno attraenti per investitori privati, sia quelle più tecniche, le cui attività didattiche e di ricerca potranno essere indirizzate verso obiettivi differenti da quelli pubblici.
La privatizzazione dell’università pubblica italiana passa quindi per tre direttrici: entrata di soggetti privati nei consigli di amministrazione degli atenei, diminuzione dei fondi di finanziamento pubblici, istituzione di fondazioni di diritto privato come unica possibilità di sopravvivenza finanziaria.

mercoledì 16 febbraio 2011

Casapound in piazza contro Bondi



'Nessun compromesso vale l'identita' di un popolo'. E' lo striscione che campeggia in piazza Montecitorio, di fronte alla Camera, per il sit in di Casapound Italia e Unitalia, movimento per l'Alto Adige, che protestano contro il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi, colpevole a loro giudizio di aver ''dato il suo consenso alla rimozione dei monumenti che a Bolzano celebrano la vittoria e il sacrificio dell'Italia nel primo conflitto mondiale'', in cambio ''di due voti del Sudtiroler Volkspartei e salvare la sua poltrona di ministro'' nel voto in Aula sulla sfiducia. ''E' una vergogna -rimarca Gianluca Iannone, leader di Casapound- smantellare l'arte e storia. Dimensioni e forze che non si possono barattare con un voto. A questo sit in -annuncia- ne seguiranno altri, sotto la sede del ministero dei Beni culturali, mentre il 5 marzo a Bolzano ci sara' una manifestazione nazionale di Casapound per rimarcare che nessun compromnesso vale l'identita' di un popolo''.



giovedì 2 dicembre 2010

Posizione del Blocco Studentesco sulla riforma Gelmini


di Noah Mancini (senatore accademico della seconda Università di Roma Tor Vergata, eletto nella lista del Blocco Studentesco)


Pubblichiamo, in via straordinaria, la posizione ufficiale del Blocco Studentesco in merito al DdL 1905, redatto dal ministro dell’Istruzione Gelmini, in merito alla riforma dell’Università. Il lavoro di Mancini è volutamente tecnico e articolato (la versione sintetica sarà pubblicata a breve sul nuovo numero di «Idrovolante»), poiché si rivolge a quegli studenti (e non) che si sono stufati degli slogan vuoti e demagogici che si sentono in questi giorni, preferendo quindi informare con competenza e spirito antipregiudiziale coloro che vogliono vederci chiaro sulla tanto vituperata, quanto poco analizzata, Riforma Gelmini. Buona lettura!


Il DdL 1905 (la cosiddetta «Riforma Gelmini» riguardante l’Università), già approvato al Senato il 29 luglio di quest’anno, è passato recentemente, benché emendato, anche alla Camera (30 novembre), e l’approvazione definitiva avverrà solo dopo il voto di ratifica al Senato. Per quest’ultimo la seduta è stata attualmente calendarizzata al 9 dicembre.

In ragione di ciò, e in virtù anche delle mobilitazioni da noi organizzate, è chiaro come non possiamo esimerci dall’esprimere un giudizio di merito sulla Riforma, che può essere senz’altro considerata un ambizioso tentativo di ridare slancio all’istruzione superiore e uno sforzo di affrontare di petto i problemi dell’Università. Chi la rifiuta in blocco lo fa, infatti, unicamente per faziosità ideologica oppure perché appartiene ai settori più conservatori del mondo universitario.

Innanzitutto, bisogna ammettere che risultano sicuramente apprezzabili i princìpi ispiratori della Riforma.

Al punto 4 art. 1 del DdL in effetti si legge: «Il Ministero, nel rispetto della libertà di insegnamento e dell’autonomia delle università, indica obiettivi e indirizzi strategici per il sistema e le sue componenti e, tramite l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) per quanto di sua competenza, ne verifica e valuta i risultati secondo criteri di qualità, trasparenza e promozione del merito, anche sulla base delle migliori esperienze diffuse a livello internazionale, garantendo una distribuzione delle risorse pubbliche coerente con gli obiettivi, gli indirizzi e le attività svolte da ciascun ateneo, nel rispetto del principio della coesione nazionale, nonché con la valutazione dei risultati conseguiti».

Qualità, trasparenza, promozione del merito, rispetto del principio della coesione nazionale. Nulla da eccepire. Anzi: ben venga una svolta meritocratica e ben venga lo stop ai finanziamenti a pioggia.

Bisogna tuttavia prestare molta attenzione. Considerati i princìpi informatori (trasparenza, meritocrazia, taglio agli sprechi, ecc.), emerge chiaro l’intento del Governo di «asciugare» gli sprechi. Occorre però tener presente che la Riforma viene fatta su vasta scala, senza render conto dei singoli Atenei e delle rispettive condizioni economiche in cui essi versano.

Vale a dire: ok, basta con i finanziamenti a pioggia… ma qui si rischia di effettuare tagli con l’accetta.

Inoltre, se consideriamo la meritocrazia e la «virtuosità» dell’Ateneo in un senso puramente economico, assurto a principale criterio di valutazione per l’attribuzione del finanziamento, è chiaro che le Università private partiranno sempre e comunque avvantaggiate rispetto a quelle pubbliche, gravando su queste ultime anche i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) prefissati nella legge 133.

La conseguenza principale, e che indubbiamente merita una particolare attenzione da parte della comunità universitaria tutta, è che trovandosi a doversi mantenere fondamentalmente sulla base delle tasse universitarie, gli Atenei pubblici si troveranno costretti (in molte realtà già sta succedendo) a reperire finanziatori esterni sul mercato.

Procedendo quindi con ordine, ciò che maggiormente rileva ai fini dell’elaborazione di una linea politica sul DdL, che sia coerente e produttiva, è la risoluzione dei problemi relativi a due questioni focali: la riforma dei Consigli di Amministrazione (CdA) e la questione dei ricercatori


La riforma dei Cda

Abbiamo detto che, nel momento in cui alle Università pubbliche verrà effettivamente decurtata la parte del FFO necessario al loro funzionamento (come previsto dalla legge 133 convertita nella 180), queste si troveranno a doversi mantenere principalmente sulle rette pagate dagli studenti. Alternative in questo caso diventano giocoforza: 1) un sensibile incremento delle rette, che tuttavia non può essere sufficiente; 2) la necessità dell’Ateneo di rivolgersi a uno o più finanziatori esterni, in larga parte privati.

Ciò in alcuni casi potrà avere come conseguenza anche l’ingresso di soggetti privati nei CdA degli Atenei pubblici. CdA che, secondo il punto g) dell’articolo 2 del DdL, avranno una composizione «nel numero massimo di undici componenti, inclusi il rettore componente di diritto ed una rappresentanza elettiva degli studenti; designazione o scelta degli altri componenti secondo modalità previste dallo statuto, anche mediante avvisi pubblici, tra personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale e di un’esperienza professionale di alto livello; non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell’incarico; elezione del presidente del consiglio di amministrazione tra i componenti dello stesso...».

Di fatto ciò che viene qui espressa è la volontà di far entrare delle persone che abbiano delle esperienze in campo manageriale, ma che non siano al contempo interne all’amministrazione universitaria. La misura viene vista come una necessità, un criterio imprescindibile, un po’ come le quote rosa in Parlamento. In più, anche se nel documento non è specificato, si presuppone che queste persone di comprovata «competenza in campo gestionale» possano essere soggetti privati facenti parte di società per azioni o anche a responsabilità limitata, creando così un conflitto d’interessi notevole. A un certo punto compare anche una parolaccia: ALMENO. Ci si riferisce proprio a quel 40% di personale esterno che deve subentrare nei CdA. Che vuol dire «almeno»? Invece di essere quotato il limite massimo viene quotato il limite minimo.

Il CdA tra l’altro, secondo la Riforma, pur mantenendo tutte le attuali competenze sulle questioni finanziarie,

1) acquisirà il potere di gestione e programmazione su tutto il personale, docenti e ricercatori inclusi;

2) avrà il potere di decidere l’attivazione o la soppressione dei Corsi di Laurea e delle Sedi;

3) deciderà l’indirizzo strategico dell’Ateneo.

Qual è il rischio?

Il rischio è che tale incremento delle funzioni del CdA, in previsione di un sempre maggiore ingresso di soggetti finanziatori in larga parte privati nel sistema universitario pubblico, può senz’altro costituire una minaccia per l’indipendenza e l’autonomia dell’Università pubblica in sé.

È evidente come, nel momento in cui tali soggetti privati saranno chiamati a investire negli Atenei pubblici, lo faranno soltanto in quei settori che risulteranno ai loro occhi più «accattivanti» da un punto di vista di profitto economico, e nella misura in cui acquisteranno un vero e proprio potere decisionale nella gestione economica e didattica di quegli stessi settori nei quali hanno investito.

Le possibilità sono due: o è stato un abbaglio oppure si crede veramente che per risolvere il problema dei finanziamenti a pioggerella, con un sistema di tipo «un po’ per uno non fa male a nessuno», se ne debba creare un altro, ossia l’ingerenza del privato nel settore pubblico.

La soluzione? Autonomia e non etero-direzione

Il Blocco Studentesco Università due anni fa, prima delle proteste autunnali, quando la legge 133 non era ancora stata trasformata nella 180, aveva esposto in modo chiaro come primo punto del programma l’idea di bloccare «qualsiasi intromissione dei privati nell’Università che non sia subordinata, legalmente ed economicamente, al controllo diretto, in forma partecipativa, da parte dell’Ateneo. Autonomia e non etero-direzione! Siamo contrari a qualsiasi proposta che possa dare alle università italiane la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, giustificazione ai tagli effettuati dal Governo, primo passo verso una futura privatizzazione dell’intero sistema universitario. Così facendo si correrebbe anche il rischio di penalizzare facoltà che non suscitino un particolare interesse economico» (punto 1 del programma: «nessun privato nell’università»).

In alcune interviste avevamo anche affermato che, qualora strutture private avessero dovuto rientrare nei piani di gestione degli Atenei, la quota non avrebbe dovuto superare il 40%, rifacendoci in tal modo alla struttura universitaria russa che vede, appunto, pubblico e aziende private collaborare organicamente nell’idea di uno Stato inclusivo. Recuperando così, per altro, il principio della coesione nazionale citato tra i princìpi ispiratori della Riforma.

Effettivamente il DdL prevede che questi agenti esterni non possano rimanere in carica più di 4 anni; il che, sebbene possa essere aggirato con escamotage da imprese che ne hanno l’interesse, ovviamente è una forma di garanzia per impedire l’appoltronamento di chi ne farebbe una mera questione d’interesse.

Tuttavia ciò che rimane da specificare (e che la Riforma purtroppo non prevede) a questo punto sono i criteri di scelta per l’ingresso.

Se l’Università deve essere il luogo di formazione della futura classe dirigente di una nazione, allora essa è una struttura che lavora ai fini dello Stato, e per questo motivo anche le imprese, se d’imprese si parlerà, che subentrano nei Consigli di Amministrazione, dovranno dimostrare di essere organiche alla società e all’idea di sviluppo e crescita nazionale.

Criteri-base – secondo la nostra proposta – dovrebbero essere: le imprese devono essere italiane o al massimo europee, ma con sede legale in Italia, perché bisogna assolutamente evitare l’intromissione di multinazionali estere (per esempio quelle farmaceutiche); le industrie italiane non devono assolutamente delocalizzare le proprie sedi di produzione in altri Paesi, soprattutto se fuori dall’UE. Men che meno possono essere ammesse banche o fondazioni bancarie, e neanche aziende che abbiano capitale di debito con una qualsiasi banca.

Con ciò bisogna ribadire l’assoluto NO alla «possibile» trasformazione delle Università in fondazioni di diritto privato, il che è evidentemente un vero attacco per smantellare ciò che ci rimane dello Stato sociale.

È proprio questo il punto centrale del discorso: la presenza dello Stato. Esso è insostituibile. Ma costituisce un problema anzitutto culturale. In questo senso, se ci fosse uno Stato etico in cui i cittadini e le altre categorie sociali cooperino sinergicamente, in quanto componenti organiche del progetto nazionale, questo punto del DdL sarebbe sottoscrivibile. Usiamo a proposito la parola «sarebbe», nella forma condizionale, proprio perché le logiche che regolano il meccanismo sociale odierno puntano sempre e solo al profitto. Così ciò che va ribadito è che, se la Riforma si tramutasse in una tappa verso l’americanizzazione del sistema universitario, o più semplicemente verso la sua privatizzazione, risulterà necessario bloccarla immediatamente alle prime avvisaglie di speculazione.


La questione dei ricercatori

Altra questione che merita qualche chiarimento è quella relativa ai ricercatori universitari.
Al momento attuale, l’aspirante ricercatore, al termine del dottorato, ha davanti a sé un periodo di precariato, di durata indeterminata. In questo periodo può percepire un assegno di ricerca (al massimo per 4-5 anni) o altre forme di borse e/o contratti. L’ingresso ad uno status a tempo indeterminato avviene con concorso da Ricercatore universitario (mediamente, l’età di ingresso è oltre i 35 anni).

Procediamo ora ad analizzare caso per caso le singole situazioni.

I ricercatori a Tempo Indeterminato (TI) oggi:

1) il concorso è pubblico e avviene sulla base del curriculum e delle pubblicazioni. Prevede due prove scritte e una orale, in cui normalmente il candidato ha modo di illustrare la propria attività di ricerca;

2) i ricercatori universitari sono sottoposti ad un periodo di prova per la durata di tre anni. Per essere confermato, il ricercatore deve redigere una relazione sull’attività scientifica e didattica, sottoporla all’approvazione del Dipartimento e della Facoltà e a una commissione nominata dal Ministero, composta da 3 professori di altri Atenei;

3) coloro che non superano per due volte il giudizio di conferma cessano di essere ricercatori, e possono passare ad altra amministrazione.

I ricercatori a tempo determinato (TD) oggi:

1) a partire dall’entrata in vigore della nuova legge, non sarà più possibile bandire nuovi posti per ricercatore a TI. Si potranno bandire solo posti a TD, con contratti di tre anni, rinnovabili una volta soltanto;

2) i contratti saranno banditi sia dagli Atenei, sia a livello nazionale. Per questi ultimi si dovrà presentare un progetto di ricerca: in caso di successo, si potrà scegliere la sede in cui andare a svolgerlo, ma i fondi necessari non sono garantiti;

3) per entrare nel ruolo di professore associato sarà necessario conseguire un’idoneità a livello nazionale, indetta ogni anno.

4) se il ricercatore a TD consegue l’idoneità entro la scadenza del secondo triennio, potrà venire chiamato come professore associato… altrimenti deve trovarsi un nuovo lavoro;

5) gli Atenei non sono obbligati a garantire che ci siano le risorse necessarie per la chiamata (come avviene invece nei Paesi anglosassoni con latenure-track), sicché il ricercatore a TD, presa l’idoneità al termine dei 3+3, si potrebbe ritrovare senza lavoro per semplici motivi di bilancio.

Dal DdL, inoltre, si percepisce come tanto la prima quanto la seconda categoria siano sottoposte a un regime di controllo rigidissimo in ordine alla trasparenza sulla documentazione del lavoro svolto, ossia entra in vigore l’obbligo di presentare tot pubblicazioni ogni anno, e diventa necessario adempiere l’obbligo di informazione sul monte «ore cattedra» durante l’anno accademico. Emerge tuttavia, in maniera abbastanza chiara, come la Riforma di fatto penalizzi i ricercatori, poiché

1) non li considera: mette in esaurimento il ruolo, non riconosce il lavoro effettivamente svolto da tempo nella didattica, li esclude dalle commissioni per i concorsi universitari;

2) li penalizza economicamente: scatti stipendiali da biennali a triennali (fatta salva però la retribuzione totale), eliminazione della ricostruzione di carriera, pensionamento anticipato rispetto ai professori;

3) crea loro grosse difficoltà di avanzamento di carriera: i tagli al finanziamento dell’Università, che inevitabilmente riducono i nuovi posti da Professore Associato, e l’introduzione della figura del Ricercatore a TD che, dopo 3+3 anni se non chiamato è disoccupato, inducono una competizione iniqua e sgradita tra Ricercatori a TI e TD.

Il problema dei ricercatori si innesta, inoltre, sulla più ampia questione relativa al sottofinanziamento generale a cui è sottoposta l’istruzione pubblica superiore. La marginalizzazione dei ricercatori attuali e la precarizzazione di quelli futuri, uniti ai tagli al FFO, all’ingresso dei privati nei piani gestionali e amministrativi dell’Università, rischiano, se non controllati in maniera adeguata, di provocare un depauperamento della didattica e della ricerca in generale.

In questo senso bisogna prestare attenzione anche a un dato molto importante relativo all’arretratezza generale dell’Italia in materia di finanziamenti alla ricerca e alla didattica.

Per quanto riguarda il finanziamento della ricerca, infatti, al generale aumento di investimenti per ricerca e sviluppo nell’area OCSE di questi ultimi anni, fa riscontro addirittura la diminuzione del PIL del nostro Paese sotto l’1%. Da questo punto di vista, siamo a distanza siderale da Paesi quali gli Stati Uniti, e ci troviamo invece a staccare di poco altri Paesi quali l’Estonia.

Per quanto riguarda invece l’arretratezza del Paese circa il finanziamento alla didattica, la Riforma non interviene nella direzione di colmare il divario che, attualmente, separa l’Italia sempre dai Paesi membri dell’OCSE, in termini sia di spesa pro capite per studente (Italia: 8.725 dollari; media OCSE: 12.236), e sia di rapporto studenti/docente (Italia: 20; media OCSE: 15).

Insomma, per dirla in parole povere: passi lo stop ai finanziamenti a pioggia, passi la svolta meritocratica, passino i tagli agli sprechi, passi pure l’ingresso dei privati nell’istruzione pubblica (solo se e nella misura in cui tale ingresso si configuri in termini di autonomia universitaria, volta alla cooperazione tra pubblico e privato in senso organico e funzionale al sistema nazionale).

Ma, da una visione di insieme, ciò che risulta sempre meno presente in tutto questo è la figura dello Stato stesso, che, sebbene si sforzi di affrontare questioni nodali quali appunto gli sprechi delle pubbliche amministrazioni, la lotta ai baroni e alla fannulloneria che purtroppo spesso pervade le amministrazioni pubbliche stesse (quelle preposte all’istruzione pubblica in primis), dimentica di tracciare linee-guida chiare in relazione a quei settori che invece, alla luce della Riforma, maggiormente richiedono risposte forti e decise.

Ci riferiamo a quanto detto più su in merito ai criteri di selezione per l’ingresso di soggetti privati nei Cda, affinché il ricorso a finanziatori esterni risulti alla fine dei fatti un vero e proprio contributo alla formazione degli Italiani di domani, in un’ottica appunto «organica» di Stato coesivo e inclusivo, e non un mero sfruttamento guidato da logiche di profitto fine a se stesse.

Ci riferiamo ai fondi necessari a garantire la ricerca, i quali sembrano lasciati un po’ al caso, e che invece richiedono necessariamente risposte concrete e rapide; a partire forse proprio da un investimento maggiore del PIL, sempre in un’ottica di crescita e sviluppo dell’intero Paese.

Ci riferiamo ad una maggiore attenzione nei confronti dell’Università pubblica, affinché essa torni ad essere fucina di uomini e di idee, e non frontiera di conquista e colonizzazione di interessi particolari.

Perché ciò sia possibile, è necessario, nella pratica, che questa parta dallo stesso livello delle Università private nella distribuzione dei fondi stanziati e, a tal fine, gli interventi perequativi previsti dal DdL 1905 non sembrano affatto sufficienti. Che sia un abbaglio o un rischio calcolato, non è neanche lontanamente prefigurabile una futura distinzione tra Università di serie A (quelle private) e Università di serie B (quelle pubbliche).

Come detto più su, tutto passa per un problema culturale: quello di riconcepire lo Stato come uno Stato etico, organico e sociale. Questa è l’unica direzione da seguire. Uno Stato dove si tiene certamente conto del merito, ma dove TUTTI in quanto cittadini, in quanto Italiani, partono dallo stesso nastro di partenza. Solo con questa base ed entro quest’ottica si arriva al traguardo. Questo traguardo si chiama «futuro». Riprendiamocelo.

sabato 30 ottobre 2010

Ezra Loomis Pound: Canto XLV - With Usura

125 anni fa nasceva Ezra Pound: lo vogliamo ricordare con questa sua poesia, le cui parole ogni giorno facciamo vivere nelle nostre lotte.


Con usura nessuno ha una solida casa

di pietra squadrata e liscia

per istoriarne la facciata,

con usura

non v'è chiesa con affreschi di paradiso

harpes et luz

e l'Annunciazione dell'Angelo

con le aureole sbalzate,

con usura

nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine

non si dipinge per tenersi arte

in casa, ma per vendere vendere

presto e con profitto, peccato contro natura,

il tuo pane sarà straccio vieto

arido come carta,

senza segala né farina di grano duro,

usura appesantisce il tratto,

falsa i confini, con usura

nessuno trova residenza amena.

Si priva lo scalpellino della pietra,

il tessitore del telaio

CON USURA

la lana non giunge al mercato

e le pecore non rendono

peggio della peste è l'usura, spunta

l'ago in mano alle fanciulle

e confonde chi fila. Pietro Lombardo

non si fe' con usura

Duccio non si fe' con usura

né Piero della Francesca o Zuan Bellini

né fu «La Calunnia» dipinta con usura.

L'Angelico non si fe' con usura, né Ambrogio de Praedis,

Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.

Con usura non sorsero

Saint Trophime e Saint Hilaire,

Usura arrugginisce il cesello

arrugginisce arte e artigiano

tarla la tela nel telaio, non lascia tempo

per apprendere l'arte d'interesse oro nell'ordito;

l'azzurro s'incancrena con usura; non si ricama

in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling

Usura soffoca il figlio nel ventre

arresta il giovane drudo,

cede il letto a vecchi decrepiti,

si frappone tra i giovani sposi

CONTRO NATURA

Ad Eleusi han portato puttane

Carogne crapulano

ospiti d'usura.





mercoledì 13 ottobre 2010

lunedì 4 ottobre 2010

Piccolo Attila


"Cadrò una, due volte , mille volte ancora, ma ogni volta mi rialzerò per tornare all'assalto, da uomo libero"

Nanni De Angelis








5 Ottobre 1980 - 5 Ottobre 2010

mercoledì 30 giugno 2010

Ciao Pietro


Pietro Taricone a CasaPound era arrivato qualche mese fa, con l’umiltà e l’entusiasmo di chi è privo di sovrastrutture. Da entusiasta quale era ci ha aiutato a mettere su ‘Istinto rapace’, il gruppo di paracadutismo sportivo della nostra associazione, senza chiedere nulla, giusto per la voglia di far conoscere a tutti un’esperienza che gli aveva cambiato la vita, quel gusto di ‘saltare’ del quale non si stancava mai di parlare. Pietro si sentiva fortunato, e quella fortuna voleva condividerla.
C’è piaciuto nostro malgrado Pietro Taricone, e ci è piaciuto anche per questo. Avrebbe dovuto essere tutto quello che non ci rappresenta e invece era esattamente quello che tutti noi siamo, e lottiamo ogni giorno per essere. Coraggio, umiltà, altruismo, simpatia. Erano queste le doti che ci piacevano di lui. E che ci piacevano ancora di più perché non era in lui che avremmo pensato di trovarle. Pietro Taricone se n’è andato oggi, non prima di averci dimostrato che i luoghi comuni non esistono e che la volontà riscatta qualunque destino.
Ciao, Pietro. Ci manchi già

mercoledì 23 giugno 2010

Disperato Amore


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Anteprima dell'ultimo album degli Zetazeroalfa, Disperato Amore.

mercoledì 16 giugno 2010

16 Giugno 2010


Francesco Cecchin: 16 giungo 1979 - 16 giugno 2010



Il 16 giugno 1979, dopo diciannove giorni di agonia, moriva Francesco Cecchin, per il quale si sono sempre rifiutati di fare giustizia.


Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nella zona di Roma Est è piuttosto alta a causa delle continue provocazioni perpetrate da aderenti al P.C.I. del quartiere ai danni di militanti del Fronte della Gioventù e delle loro sezioni. Ai primi del mese viene compiuto da questi "attivisti" comunisti un attentato incendiario contro la sede del M.S.I.-F.d.G. di viale Somalia 5 che viene seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di disturbo della normale attività del Fronte condite con minacce varie ed atteggiamenti aggressivi. In tutti questi episodi viene notata la presenza di un'automobile Fiat 850 bianca che risulterà poi fondamentale nel seguito della vicenda.

La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un giovane cerca di impedire il proseguimento dell'azione provocatoria, ma viene circondato da una ventina di attivisti del PCI, capeggiati da Sante Moretti che, dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di P.S. in borghese chiamato ad intervenire, si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: "...vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia..."; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: "Tu stai attento, che se poi m'incazzo potresti finir male!”


La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall'auto scende un uomo che urla all'indirizzo di Francesco: "... E' lui, è lui, prendetelo!". Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all'imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento, urlando: "Francesco, Francesco!"; le sue grida vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di sigarette.

Giustizia non è fatta

A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle forze dell'ordine, si assiste invece all'affrettarsi di tutti a liquidare l'accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco, "impaurito", avrebbe scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario Dott. Scalì.
Apparendo questa versione sospetta, mentre alcuni militanti del F.d.G. vegliano Francesco in coma, altri cominciano a fare indagini private, che portano a scoperte molto interessanti: innanzi tutto si viene a sapere che Francesco conosceva molto bene quel palazzo e il suo cortile, in quanto ci abita un suo amico; inoltre risulta strano che il corpo sia stato trovato in posizione supina, anziché riversa, tipica di chi si lancia, e senza fratture agli arti, inevitabili quando si effettua un salto volontario da una simile altezza. L'ipotesi che Francesco sia stato gettato di peso viene inoltre avvalorata da altri due particolari: il trauma cranico, sintomo che il peso dell'impatto al suolo si è scaricato tutto sulla testa, e il fatto che questa si trovi più vicina al muro rispetto ai piedi.

La chiave piegata tra le dita di una mano e il pacchetto di sigarette nell'altra sono una prova ulteriore che gli aggressori hanno gettato il corpo di Francesco, già esanime, al di là del muretto che delimita il terrazzo: chi pensa di lanciarsi oltre un ostacolo cerca infatti di avere le mani libere. Che prima di questo tragico epilogo ci sia stata una colluttazione è dimostrato dalla chiave piegata rinvenuta tra le dita di Francesco, sicuramente usata come arma di difesa contro i suoi assassini. Anche le ferite riscontrate su tutto il corpo confermano la tesi dell'aggressione, essendo queste di natura traumatica e riconducibili a colpi ben assestati da persone esperte.

A rendere inconfutabili queste tesi altri due importanti elementi: le tracce di sangue riscontrate sul pavimento del cortile lunghe alcuni metri fino al bordo del muretto e la dichiarazione resa da alcuni testimoni che affermano di avere udito: "LE GRIDA DI UN RAGAZZO, POI ALCUNI ATTIMI DI SILENZIO... E INFINE UN FORTE TONFO NON ACCOMPAGNATO DA ALCUN GRIDO". Risulta difficile credere che una persona possa gettarsi spontaneamente giù da un muro alto cinque metri senza emettere neanche il minimo suono vocale.

Il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore.

Le indagini infine partirono ma tardi e male. Stefano Marozza, militante del PCI individuato come proprietario della famigerata 850 bianca, fu arrestato. Disse di essere andato a vedere un film al cinema ma gli inquirenti verificarono che, quella sera, il cinema indicato da Marozza era chiuso per turno di riposo. Ciò nonostante la potente macchina di copertura del PCI si mise in moto e mentre le indagini proseguivano a rilento e non ci si preoccupava di verificare chi poteva essere insieme al Marozza, questi fornì un nuovo alibi.

Anni dopo il giudice, scrivendo la sentenza, doveva dichiarare che se non era stato in grado di condannare l'imputato e se non era stato possibile fare piena luce sull'omicidio Cecchin, questo doveva essere ascritto ai ritardi nelle indagini di quei giorni, al modo di procedere degli investigatori, al punto che ipotizzava possibili procedimenti nei confronti degli organi di Pubblica Sicurezza.


mercoledì 21 aprile 2010

Natale di Roma

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MMDCCLXIII

Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro,
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro.
Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria.
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.





sabato 13 marzo 2010

Nasce Idrovolante!

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Informiamo tutti gli studenti della nostra facoltà che è nato "Idrovolante", il periodico universitario curato dal Blocco Studentesco.

Se non avete già avuto la vostra copia (gratuita!) potete contattarci all'email bsscienzepolitiche@gmail.com per quanto riguarda il cartaceo, in alternativa c'è la possibilità di leggerlo e scaricarlo direttamente da internet.
Clicca QUI per leggere online.






venerdì 12 marzo 2010

12 marzo 1980 – 12 marzo 2010


Angelo Mancia

12 marzo 1980 – 12 marzo 2010


Un proletario fascista assassinato dai borghesi rossi in nome della dittatura del proletariato.

Presente!

mercoledì 10 marzo 2010

10 Marzo 2010


...Siamo nati in un tempo sbagliato, ma siamo nati per davvero...

domenica 28 febbraio 2010

28 febbraio 1975 - 28 Febbraio 2010

Mikis Mantakas, Martire Europeo, ucciso dal piombo antifascista.


sabato 13 febbraio 2010

65 anni fa Dresda

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Oltre 35000 vittime innocenti: la chiamarono liberazione.

giovedì 11 febbraio 2010

Casapound ricorda i martiri delle foibe a Prima Porta

Foibe: CasaPound Italia, in cento a Prima Porta per ricordare martiri
mentre
15 nostalgici di Tito rendevano omaggio a partigiani jugoslavi

Roma, 11 febbraio - Un centinaio di militanti di CasaPound Italia
hanno tenuto ieri pomeriggio un presidio silenzioso davanti al
cimitero di Prima Porta a Roma per ricordare i 15.000 italiani
infoibati dal regime titino e i 350.000 esuli istriani, giuliani e
dalmati. La scelta del luogo non è stata casuale. Come già era
avvenuto il 10 febbraio dello scorso anno, infatti, la sinistra
antagonista aveva annunciato di voler rendere omaggio alla tomba dei
partigiani jugoslavi presente a Prima Porta proprio nella giornata
nazionale dedicata alla memoria della tragedia italiana vissuta dalle
popolazioni di Istria, Fiume e Dalmazia.

''Per fortuna pare che in Italia i nostalgici di Tito non siano piu'
di una quindicina - sottolinea Gianluca Iannone, presidente di
CasaPound Italia - visto che non sono stati piu' di tanti i
partecipanti a una manifestazione che pure era stata annunciata con
grande anticipo. Un gesto inutilmente provocatorio, che dimostra
l'isolamento di chi si ostina ancora oggi a preferire l'ideologia piu'
vetusta al rispetto per i propri connazionali trucidati. Un gesto che
non paga in termini politici, e che non paga neanche in termini di
dignità, quando ci si riduce a dover entrare e uscire di soppiatto da un'entrata secondaria, sotto scorta della polizia''.



NOI


I nemici dell'Italia.



mercoledì 10 febbraio 2010

martedì 9 febbraio 2010

I Camerati non dimenticano

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9 Febbraio 1983-2010

9 FEBBRAIO 1983, Paolo di Nella muore con il cranio fratturato.
Anche attaccare manifesti sul verde pubblico può essere mortale, mortale per chi come Paolo di Nella è un attivista Nazional Popolare. Paolo di Nella muore dopo sette giorni di agonia , aggredito il 2 febbraio mentre in viale Libia a Roma (quartiere Africano), alle ore 22.45 con una ragazza attaccava dei manifesti per pubblicizzare l’esproprio di una villa che sarebbe stata utilizzata come centro sociale e culturale con ampi spazi di verde pubblico totalmente mancante nel quartiere. Fu colpito alle spalle sulla testa con delle spranghe di ferro o delle chiavi inglesi. Le ragioni di quest’assassinio sono oscure. Ormai gli anni più duri erano passati, i rivoluzionari si stavano riciclando in politica, in insospettabili professionisti o si erano persi nell’oblio della droga. Ma anni di odio, di impunità, di compiacenza non potevano essere cancellati completamente. Dopo la vile aggressione Paolo torna a casa, verso le ore 01.30 si sente male (forti dolori alla testa) e i genitori lo portano d’urgenza all’ospedale. Durante il tragitto PAOLO perde conoscenza, dopo l’intervento chirurgico entra in coma irreversibile. I suoi camerati, durante i giorni di agonia si danno il cambio per stargli a fianco, giorno e notte presidiano il suo letto indignandosi sempre di più per le infamie che i giornali iniziavano a scrivere.. sordide e squallide storie. Il presidente della repubblica Pertini, si reca all’ospedale non riceve una buona accoglienza. PAOLO, muore alle 20.45 di mercoledì nove Febbraio, con il cranio fratturato come Sergio. Le indagini questa volta furono più solerti e furono fermati due autonomi, presunti responsabili dell’assassinio. I due vennero poi rilasciati e prosciolti per mancanza di prove. Inutili, fin ora, tutti i tentativi dei camerati di Paolo per far riprendere le indagini.